IL SETTORE FARMACEUTICO IN ITALIA

Il settore farmaceutico: considerazioni generali 

Il settore farmaceutico rappresenta un’industria strategica per un paese economicamente e socialmente avanzato e caratterizzato da un’economia di trasformazione.

Diversi fattori ne qualificano la “strategicità” dal punto di vista sia dell’offerta di prodotti e servizi per la salute del cittadino (ruolo del farmaco e delle attività collegate alla ricerca e alla sperimentazione clinica), sia industriale (carattere tipicamente knowledge intensive e avanzato dal punto di vista tecnico, scientifico e manageriale), sia economico (alto valore aggiunto delle produzioni farmaceutiche).

Un sistema di imprese farmaceutiche operanti in Italia impegnate su tutta la catena del valore, o anche su parte delle attività, ma in modo qualificato, rappresenta un fattore di sviluppo industriale ed economico, oltre che un tassello importante del sistema di offerta di salute del paese.

L’industria farmaceutica ha beneficiato, a livello mondiale, di un sistema relativamente stabile nel quale erano presenti, ed in alcuni casi lo sono tuttora, alcune caratteristiche particolarmente favorevoli dal lato della domanda.

Innanzitutto, la domanda di farmaci è stata per lungo tempo insensibile al prezzo, sia per le caratteristiche specifiche del bisogno soddisfatto (la salute), sia per la separazione tra consumatore finale e soggetto pagante. Per tale motivo il settore è estremamente interessante, non essendo influenzato dai caratteristici driver dell’industria nel suo complesso (es. fonti energetiche, recessioni economiche, etc.), bensì dalla necessità di scoprire nuove molecole e nuove applicazioni in grado di migliorare le condizioni di vita della popolazione.

In secondo luogo, il sistema è caratterizzato da una forte asimmetria di informazione tra produttori e consumatori: i produttori conoscono molto bene il mercato e la tipologia di consumatori, mentre i consumatori, non essendo generalmente in grado di percepire la natura del loro bisogno, non ne conoscono le modalità di soddisfazione. La maggior parte dei prodotti farmaceutici sono acquistati dietro presentazione di ricetta medica. Tra medico e paziente si instaura così un rapporto di agenzia, per il quale il medico agisce per conto e nell’interesse del paziente. Il medico diviene quindi l’interprete dei bisogni del paziente, e a lui si sostituisce nella scelta e nelle modalità di somministrazione del prodotto farmaceutico.

Infine, altra caratteristica del settore è l’influenza diretta del quadro normativo sulle condizioni del mercato finale.

Questo settore vede operare sul mercato un grandissimo numero di imprese, e la sua frammentazione è dovuta prevalentemente alla specificità di molte malattie e alle culture locali.

Il livello di concentrazione del settore è progressivamente aumentato nel corso degli anni ’90, soprattutto quando misurato a livello di singole aree terapeutiche. Questi processi di espansione si muovono sia a livello orizzontale, sia a livello verticale lungo la catena dell’healthcare.

La ricerca del farmaco “diverso”, che curi patologie complesse in modo efficace, richiede grandi intuizioni e consistenti investimenti. Di conseguenza, le aziende sono entrate in una fase di competizione senza precedenti.

Nell’ambito di questa competizione ci si è resi conto che la dimensione (massa critica) può costituire un fattore di successo. E’ chiaro, infatti, che non è possibile ammortizzare il costo di un farmaco senza una presenza forte sui principali mercati, considerando che nel giro degli ultimi 5 anni  il costo per sviluppare un nuovo farmaco è quasi raddoppiato, ed il tempo necessario per l’individuazione di una molecola e per la sua introduzione nel mercato è di circa 10/12 anni.

Le difficoltà della R&S ed il conseguente incremento degli investimenti implicano perciò risorse economiche e una dimensione ottima minima superiori rispetto al passato, pena la perdita di competitività. In particolare, per le imprese di piccole dimensioni, si pone un problema di sostenibilità degli investimenti nel medio/lungo termine.

L’industria farmaceutica e la sua storia

L’industria farmaceutica ha la sua origine nelle due rivoluzioni del diciottesimo e del diciannovesimo secolo. Quella intellettuale, che ha comportato lo sviluppo delle scienze, incluse chimica, fisiologia, batteriologia e farmacologia, e la seconda rivoluzione industriale, che decolla alla fine del diciottesimo secolo in Inghilterra attraverso lo sviluppo delle tecnologie che hanno reso disponibili conoscenze e beni.

Dal 1870 si assiste, infatti, ad una serie di innovazioni che interessano i sistemi di trasporto e di comunicazione. Ciò consente l’applicazione delle tecnologie allora disponibili su larga scala. I mercati si ampliano, le distanze si riducono e la capacità produttiva aumenta.

Le industrie chimico-farmaceutiche rappresentano la frontiera tecnologicamente avanzata della seconda rivoluzione industriale. La leadership del settore è detenuta dai tedeschi che, nell’arco di sessanta anni, raggiungeranno i mercati internazionali, arrivando a dimensioni e livelli produttivi ineguagliabili per l’epoca.

La Germania disponeva infatti di una solida tradizione nella chimica e nell’applicazione industriale di questa disciplina all’industria tessile e dei coloranti. E’ così che i tedeschi, nel contesto delle loro peculiarità nazionali e nell’ambito delle dinamiche di diversificazione, acquisirono presto i vantaggi di first movers del settore.

Nel resto d’Europa, la produzione di medicinali è ancora scarsamente industrializzata. Si tratta per lo più di attività familiari di dimensioni contenute. La scoperta scientifica è ancora legata alla creatività del genio isolato e la produzione di medicinali si svolge fondamentalmente nelle farmacie laboratorio.

Se guardiamo oltre oceano, negli USA all’inizio del ventesimo secolo, l’industria farmaceutica ha una dimensione minore rispetto agli altri settori industriali ed è dominata dalle aziende tedesche. Solo dopo la prima guerra mondiale, con la confisca dei brevetti tedeschi, gli scienziati americani riformulano i brevetti sulla base di accordi di licensing, producendo specialità essenziali come Salvarsan, Barbital e Procaina, prodotti e commercializzati dalla Germania già alla fine dell’Ottocento.

Alla fine del conflitto alcune attività vengono espropriate e viene ceduta buona parte delle strutture di Marketing e Produzione presenti all’estero.

Sebbene nel periodo tra le due guerre la chimica tedesca, risollevatasi dai debiti, riconquisti il mercato del nuovo continente, l’esperienza bellica stimola l’interesse dell’industria americana verso il settore farmaceutico. La spinta propulsiva verrà dai massicci investimenti in ricerca da parte dei governi americani.

La seconda guerra mondiale permette all’industria farmaceutica statunitense di crescere nelle tecnologie, nell’organizzazione, nella ricerca e nella commercializzazione.

L’industria farmaceutica tedesca fu annientata, e ciò permise a quella americana di divenire quasi monopolista, anche a livello internazionale. Tuttavia l’industria europea, di grandi tradizioni per laboratori di ricerca e per competenze universitarie, riemerge in modo consistente negli anni Sessanta.

Dopo il secondo conflitto, in particolare, comincia la “Wonder Drug Era”, un periodo di grandi avanzamenti nel campo della farmacologia: si sviluppano i farmaci per la sifilide, per l’epilessia, per la lebbra, per le allergie. La scoperta degli antibiotici avvenuta negli anni Trenta segnerà una spinta eccezionale per la crescita della farmaceutica americana, oltre che per tutta l’industria nel suo complesso.

Il valore dell’innovazione nella chimica e nella farmaceutica si afferma dunque anche al di là dell’Atlantico. Ciò, principalmente, come fattore di competitività e come risposta ad esigenze di tipo bellico. Le due guerre portano infatti ad un consolidamento dei sistemi nazionali di innovazione, accelerano i processi d’industrializzazione delle scoperte scientifiche e la loro applicazione su larga scala.

Contemporaneamente gli eventi bellici, rappresentando un fenomeno di forte movimentazione sociale e politica, conducono ad una prospettiva diversa sul settore: nascono i sistemi sanitari nazionali, e la ricerca scientifica assume valore strategico e competitivo sul piano politico e militare oltre che economico. L’industria farmaceutica sarà investita in pieno da tali dinamiche.

Nel periodo a cavallo tra gli anni Trenta e Sessanta, l’industria farmaceutica assume gradualmente un carattere pienamente organizzato. Si sviluppa la prima tecnologia industrializzata di Ricerca e Sviluppo: il “Random Screening”, basata su un processo di analisi di molecole, derivate naturalmente o chimicamente, attraverso screen test in vitro o su animali, al fine di evidenziarne eventuali attività terapeutiche. Il carattere del processo è per l’appunto “random”, nel senso che non sussiste alcun particolare orientamento o supposizione nella scelta della molecola da analizzare. Si esaminano grandi quantità di molecole nella speranza di arrivare a scoprire proprietà terapeutiche efficaci.

La farmaceutica degli anni Sessanta è certamente un’industria giovane e poco rivolta al sociale, concentrata sull’ottimizzazione delle tecnologie di Ricerca e Sviluppo e sul raggiungimento di economie di scala. Le aziende sono integrate verticalmente dalla ricerca al commercio. Nella ricerca, la natura tecnologica dei processi di “Random Screening non stimola l’integrazione con il mondo accademico e universitario.

Il basso grado di formalizzazione delle attività regolatorie concede inoltre un’ampia autonomia alle aziende, con particolare riferimento alla gestione dei costi e delle fasi di sviluppo e commercializzazione dei prodotti.

Durante gli anni Settanta si assiste ad una crescente regolamentazione del settore e ad un aumento sostanziale dei tempi e dei costi associati alle attività di Ricerca e Sviluppo, con il conseguente calo in termini di profittabilità. Le informazioni ed i controlli sui test preclinici e clinici divengono più stringenti.

Sul piano commerciale, si verifica un consolidamento della funzione Marketing, sebbene come complemento promozionale alle vendite.

Contemporaneamente, sul fronte dell’innovazione tecnologica si registrano fondamentali sviluppi. Il passaggio dal “Random Screening” al “Rational Drug Design” rappresenta un’evoluzione significativa nella storia del settore, e l’impatto che ne deriva a livello organizzativo sulle funzioni di Drug Discovery, di Development, di Regulatory, di Marketing e Distribuzione, fornirà un forte vantaggio competitivo alle aziende che compiono il salto tecnologico.

Il Rational Drug Design è un approccio sistematico che permette di arrivare al disegno di composti attivi sulla base di accurate informazioni sul target biologico. Più precisamente, si cerca di definire l’immagine molecolare del target biologico responsabile della malattia per poter costruire un opportuno farmaco che agisca su di essa.

I vantaggi ottenuti dal Rational Drug Design sono evidenti. Tale metodo garantisce infatti un livello di efficacia superiore, poiché consente di individuare le sostanze terapeutiche con maggiore specificità, di identificare nuovi target attraverso la definizione delle strutture di enzimi o recettori, e di ottenere una maggiore efficienza nel processo di scoperta di un nuovo farmaco attraverso l’opportuna selezione di strutture molecolari potenzialmente attive.

Gli anni Ottanta segneranno l’era della grande competizione. Le multinazionali emergono come leader mondiali ed introducono sui mercati i Blockbusters: farmaci con un forte impatto a livello terapeutico, particolarmente efficaci e di qualità superiore, che si rivelano grandi successi commerciali.

E’ il risultato del cammino intrapreso da quelle aziende che, nel passaggio dal “Random Screening”  al “Rational Drug Design” , hanno puntato sull’innovazione. Poche molecole innovative che elevano il Marketing farmaceutico da complemento distributivo e promozionale a funzione organizzativa strategicamente fondamentale. Prezzo, promozione, distribuzione e rapida penetrazione devono garantire un volume di vendite geograficamente distribuito e finanziariamente adeguato.

In questi anni si registra un costo crescente delle attività di ricerca. Peraltro, pur essendo stati sviluppati farmaci con un impatto terapeutico relativamente forte, pochi prodotti hanno ottenuto volumi di vendita tali da poter generare un successo Blockbuster.

Emerge sempre più il bisogno di una razionalizzazione degli sforzi e delle strutture organizzative che tenga anche conto del nuovo ruolo del Marketing, del bisogno di una maggiore interazione di questo con il Development, e dei crescenti costi di Ricerca e Sviluppo.

Le esigenze di razionalizzazione delle strutture di Ricerca e Sviluppo sono connesse in particolare agli sviluppi delle tecnologie di Discovery realizzati a partire dalla metà degli anni Settanta. E’ un processo incrementale e adattivo quello che porterà, negli anni Novanta, alle biotecnologie quale paradigma centrale della ricerca farmaceutica.

Sempre durante gli anni Ottanta, ha inizio un processo di concentrazione del settore con le prime fusioni ed acquisizioni.

Una crescita più lenta dell’industria, una maggiore difficoltà nell’innovazione, la necessità di strategie di Marketing più aggressive, l’esigenza di forti investimenti sulle organizzazioni dedicate alle vendite, l’avvio di fenomeni di concentrazione industriale: tutto ciò definisce un contesto più maturo e stabilizzato.

La rivoluzione della biologia molecolare comincia negli anni Settanta, con la scoperta da parte di Watson e Crick della struttura a doppia elica del DNA, e continua poi con lo sviluppo delle tecniche di ingegneria genetica da parte di Cohen e Boyer, che scoprirono il processo del DNA ricombinante.

L’impatto di tali innovazioni sulla natura della ricerca farmaceutica e sullo sviluppo delle capacità organizzative richieste per l’introduzione di nuovi farmaci fu enorme.

L’applicazione di tali avanzamenti si risolve nella definizione di due distinte traiettorie:

  • L’utilizzo dell’ingegneria genetica come tecnologia di processo per la produzione di proteine;
  • Lo sfruttamento dei progressi nella genetica e nella biologia molecolare come tecnologia di Discovery.

La potenzialità delle biotecnologie emerge in modo adattivo. Una percezione del loro utilizzo come fattore di competitività si avrà intorno alla metà degli anni Ottanta.

Dunque dagli anni Novanta l’industria farmaceutica sembra gradualmente sperimentare nuovi assetti organizzativi derivanti dal business model che cambia, a causa dell’entrata sulla scena del mondo biotecnologico, ma causati anche dalla crisi di produttività, rispetto alle decadi precedenti, della ricerca.

Gli anni Novanta sono anche il decennio della focalizzazione sui fornitori, distributori, consumatori. Diviene fondamentale conoscere i bisogni degli stakeholder, e ciò rende il Marketing più complesso. Anche le problematiche legate all’ingresso dei generici portano ad un ulteriore sviluppo del ruolo del Marketing, in vista soprattutto della scadenza dei brevetti. Da un lato vi è una tendenza ad acquisire aziende concentrate nella produzione di generici, dall’altro si mira a prolungare il ciclo di vita del prodotto attraverso il rafforzamento del brand associato al Blockbuster.

Le imprese si affacciano nel nuovo millennio con una forte preoccupazione dovuta al fatto che nel giro di pochi anni molti prodotti non saranno più coperti da brevetti.

Per allargare i propri mercati ed assicurarsi la crescita, le grandi aziende farmaceutiche hanno perseguito in questo periodo un’espansione orizzontale e geografica.

La consapevolezza che un considerevole segmento dei loro mercati sarebbe stato servito in futuro da prodotti tecnologicamente maturi, inclusi OTC e generici, ha rafforzato il loro sforzo di creare mercati oligopolistici a livello globale che potessero generare quel cash-flow utile a supportare le spese di Ricerca e Sviluppo di nuovi prodotti. Fusioni, acquisizioni e joint-ventures hanno quindi rappresentato il veicolo ideale per l’implementazione di tali strategie.

Si conferma inoltre la tendenza al modello biofarmaceutico, anche attraverso acquisizioni di piccole-medie aziende biotecnologiche con prodotti promettenti, da parte delle grandi farmaceutiche.

Le biotecnologie entrano in questo modo con forza nell’ambito della pianificazione strategica e operativa, e fanno sperare in prodotti altamente sviluppati anche a livello di soluzioni terapeutiche individualizzate.

Il settore farmaceutico: uno sguardo al contesto mondiale

L’industria farmaceutica è uno tra i grandi settori industriali a livello mondiale, con un fatturato di 510,2 miliardi di dollari e più di 1 milione di addetti.

Gli USA detengono la leadership mondiale, con un mercato di 236,4 miliardi di dollari, il 46% del totale, mentre l’Unione Europea, con 139,7 miliardi, ne rappresenta il 27%, seguita dal Giappone con l’11%, pari a 57,6 miliardi di dollari.

L’Italia è il sesto mercato mondiale ed il quarto in Europa. La quota di mercato detenuta da imprese a capitale nazionale è il 30,1%, dato inferiore in Europa solo alla Germania, mentre  il restante 69,9% è appannaggio di imprese multinazionali (prime fra tutte quelle di USA, Svizzera e Regno Unito).

In Italia il mercato totale di prodotti farmaceutici ammonta a 19,62 miliardi di euro divisi in :

  • 4,06 miliardi, il 20,7% di sostanze di base;
  • 15,56 miliardi, il 79,3% di specialità medicinali.

A sua volta, il mercato delle specialità si divide in tre componenti fondamentali :

  • Per uso umano vendute in farmacia (11,64 miliardi di euro, il 59,3% del mercato farmaceutico totale e il 74,8% di quello delle specialità);
  • Ospedaliere (3,55 miliardi, con un  peso rispettivamente del 18,1% e del 22,8%);
  • Veterinarie (0,37 miliardi, con un  peso rispettivamente del 1,9% e del 2,4%).

Per quanto riguarda il canale farmacia, in Italia nel 2006 è cresciuta la concentrazione del mercato: è aumentato cioè, rispetto all’anno precedente, il peso delle prime 10 aziende, ora superiore al 50%. 

Dimensioni e ruolo dell’industria farmaceutica in Italia 

L’Italia non è solo un grande mercato per la farmaceutica, ma ancora di più è un importante paese produttore, terzo in Europa per numero di addetti (dopo Germania e Francia) e quinto nel mondo (USA e Giappone i primi due).

Un quadro sintetico mette in mostra l’importanza dell’industria farmaceutica, che conta nel 2006:

  • 241 imprese produttrici di specialità per uso umano, 89 di sostanze di base e 40 di specialità per uso veterinario;
  • 73.550 addetti totali:
    • L’80% nelle specialità medicinali e il 20% nelle sostanze di base, di cui 4.314 (il 5,9% del totale) addetti alla ricerca e sviluppo.
  • 17,8 miliardi di euro di produzione totale:
    • 14,8 di specialità medicinali;
    • 3,0 di sostanze di base.
  • 866 milioni di euro di investimenti;
  • 6,8 miliardi di valore aggiunto;
  • 9,5 miliardi di esportazioni;
  • 839 milioni di euro spesi in Ricerca e Sviluppo.

Quanto sopra dimostra la specializzazione dell’impresa  farmaceutica in un’attività propria di un settore avanzato, di grande importanza qualitativa e quantitativa, e fortemente inserita in un’economia globalizzata.

La farmaceutica rappresenta, in definitiva, un settore strategico per l’economia italiana, che contribuisce in modo determinante allo sviluppo economico del paese, ed è altrettanto centrale per la crescita di un’economia della conoscenza, della salute e della coesione sociale.

Ciò che caratterizza in modo determinante l’attività dell’industria farmaceutica è il legame indissolubile con l’attività di Ricerca e Sviluppo.

I dati relativi agli investimenti in R&S dell’industria farmaceutica in Italia nel 2006 evidenziano una crescita di quasi il 10% rispetto all’anno precedente. Si tratta di un incremento nettamente superiore rispetto a quello dell’intera industria manifatturiera (+5,8%).

Le risorse investite restano tuttavia inadeguate, se comparate a livello internazionale: 839 milioni di euro contro i 4,7 miliardi nel Regno Unito, i 3,8 in Germania, i 3,7 in Francia e gli oltre 30 miliardi negli Stati Uniti. La spesa per R&S in Italia è stata, nel 2006, pari allo 0,06% del PIL, meno di un terzo della percentuale media dell’Unione Europea (0,20%) e nettamente inferiore a quella relativa agli Stati Uniti (0,31%).

Sempre nel 2006, gli addetti alla ricerca rappresentano in Italia il 5,9% della forza lavoro impiegata nel comparto farmaceutico; una percentuale elevata se confrontata con altri settori industriali ma, ancora una volta, inferiore a quella registrata negli Stati Uniti (27,4%) e nell’Unione Europea (17,5%).

Quanto appena detto viene sinteticamente riportato in Tabella 4.

Tutti questi dati mostrano inequivocabilmente che le aziende farmaceutiche hanno una propensione alla Ricerca e Sviluppo molto superiore a quella degli altri settori. Ad essa dedicano, oltre che una quota rilevante delle Risorse Umane, importanti sforzi dal punto di vista finanziario: basti pensare che la spesa farmaceutica per R&S è autofinanziata dalle aziende per il 95%.

Nella farmaceutica l’attività innovativa e di R&S è la chiave dello sviluppo per tutte le imprese. Pertanto, l’attività di ricerca, forte certamente tra i grandi gruppi, coinvolge anche le piccole e medie imprese molto più che negli altri settori industriali.

Il mercato italiano è di sicuro interesse per l’impresa farmaceutica, e storicamente le fasi di crescita sono state caratterizzate da :

  • Una prima fase pionieristica, quando non c’era l’obbligo della brevettabilità del farmaco. Le imprese hanno perseguito prevalentemente l’obiettivo della crescita, dando alla ricerca una attenzione non prioritaria. In questa fase le tecniche di promozione del farmaco sono state molto migliorate e comunque le Direzioni Marketing rappresentavano il cuore dell’azienda.
  • Una seconda fase, caratterizzata dall’introduzione del S.S.N. (Servizio Sanitario Nazionale), che ha determinato la formazione di un cliente principale  (lo Stato), che regolamenta il prezzo attraverso l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Per ottenere un aggiornamento l’attenzione si è quindi concentrata sul rinnovamento della gamma del prodotto.

Questa seconda fase ha anche coinciso con una crescita “culturale” dell’impresa italiana, che ha cercato di allinearsi agli standard mondiali investendo in tecnologia e ricerca. Tale crescita ha dato i suoi frutti poiché gli addetti dal 1986 al 2006 sono passati da 63.000 unità agli attuali 73.550. Negli anni ’70, inoltre, solo poche industrie italiane investivano, mentre negli ultimi anni tutte le imprese più importanti destinano la quasi totalità degli utili in innovazione e sviluppo di nuovi prodotti.

Attualmente, l’offerta nel settore farmaceutico è contraddistinta dai seguenti aspetti :

  • Forte presenza di capitale di provenienza estera, sviluppatosi attraverso quote sempre maggiori di mercato ed acquisizioni di aziende di medie-piccole dimensioni. Il capitale estero controlla circa la metà della produzione ed oltre il 70% del mercato. La lenta ma costante penetrazione sul mercato italiano è avvenuta lungo due direttrici: rafforzamento ed estensione delle quote detenute direttamente dalle consociate italiane delle maggiori multinazionali, e acquisizione di aziende medie e medie-piccole da parte delle stesse o di altre aziende non presenti direttamente sul mercato italiano;
  • Tendenza alla diminuzione del numero di imprese (nel 1960 circa 700, nel 2005 241), causata da una combinazione fra diverse aziende e dall’uscita dal mercato di imprese di dimensione ridotta, non più in grado di sostenere gli elevati costi di ricerca e innovazione;
  • Differente struttura produttiva fra la maggior parte delle imprese multinazionali presenti sul mercato italiano e le imprese nazionali: le multinazionali acquistano generalmente il principio attivo dalla casa madre e svolgono in Italia la fase produttiva finale del medicinale;
  • Presenza di imprese farmaceutiche particolarmente concentrata nel Nord Italia e nel Lazio,  dove la presenza di incentivi sotto forma di contributi (zona di Latina) ha favorito lo sviluppo di stabilimenti farmaceutici. Ultimamente si è avuto uno sviluppo anche in Sicilia nella zona industriale di Catania.

Una ricerca di Tecnofarmaci (2004), mostra una differenza sostanziale nelle dinamiche degli investimenti tra imprese a capitale italiano e imprese a capitale estero: circa un terzo degli investimenti ed oltre il 40% degli addetti in R&S sono infatti attribuibili alle imprese estere, mentre la contrazione degli investimenti e degli occupati in R&S ha interessato maggiormente le aziende italiane più piccole.

Il livello degli investimenti in R&S ha chiaramente ripercussioni sulle aspirazioni della ricerca effettuata in Italia, che è indirizzata soprattutto verso innovazioni incrementali e orizzonti temporali di breve periodo. Ciò trova conferma in due dati importanti: la percentuale di farmaci introdotti sul mercato italiano e scoperti all’estero supera il 90%, e la pipeline di R&S delle imprese italiane mostra una significativa presenza di molecole su licenza rispetto a quello su sviluppo interno.

Per quanto riguarda il canale distributivo, per tutte le imprese la farmacia costituisce il mercato prevalente. Tra le imprese con un’incidenza sulle vendite in ospedale più elevata della media vi sono Bracco, Abbott e Serono.

La diversa distribuzione delle vendite tra le imprese è da attribuirsi sia alle caratteristiche del portafoglio prodotti che alle scelte strategiche delle imprese, che privilegiano un mercato piuttosto che l’altro.

Se in ospedale la validità farmacologica delle specialità risulta in genere premiata, la costante debolezza finanziaria delle ASL contribuisce a rendere molto lunghi i tempi di pagamento, con evidenti danni per le imprese. Inoltre, la progressiva tendenza ad acquistare tramite gare, rende il prezzo un elemento più importante che sul mercato  farmacia, e costringe le imprese più focalizzate verso l’ospedale ad attuare politiche di sconto che possono compromettere la redditività.

Nell’ambito dell’offerta nazionale descritta, si possono individuare diverse tipologie di imprese:

  • Grandi gruppi chimici diversificati ( Bayer, Hoechst, I.C.I., Hoffman, Roche, Dow Chemical, Rhone Poulenc ), la cui presenza nel settore è legata al possesso di conoscenze di tipo chimico-farmacologico;
  • Imprese multinazionali a prevalente od esclusiva vocazione “farmaceutica” ( Pfizer, GlaxoSmithKline, Bristol Myers Squibb, Merck Sharp & Dohme, Abbott,  Wellcome, Novartis, Aventis , ecc. );
  • Imprese a prevalente connotazione farmaceutica operanti con strategie di nicchia  (es. Fidia, Bracco ).

A seconda del grado di integrazione, cioè della misura in cui le aziende farmaceutiche sono attive nelle diverse fasi del processo di R&S, e dell’intensità degli investimenti, possiamo evidenziare cinque cluster strategici rilevanti:

  • Multinazionali Integrate: sono quelle filiali di aziende farmaceutiche che vantano un nucleo stabile di R&S in Italia; operano lungo tutte le fasi del processo, e sono in grado di creare un nuovo farmaco;
  • Italiane Integrate: sono imprese a matrice italiana che dispongono di laboratori interni e vantano una consolidata tradizione nella R&S. L’intensità degli investimenti è elevata, e corrisponde ad una quota significativa del fatturato;
  • Multinazionali focalizzate nello sviluppo clinico registrativo: sono filiali di multinazionali straniere che non sono in grado di sviluppare in modo integrato l’intero ciclo di R&S, ma svolgono prevalentemente attività di sviluppo clinico e/o parte di quelle precliniche;
  • Multinazionali con sviluppo orientato al mercato: queste imprese decidono di essere presenti a livello locale soprattutto per facilitare la penetrazione dei propri prodotti. L’attività, oltre ad essere limitata alle ultime fasi di sviluppo clinico, si caratterizza per investimenti contenuti;
  • Altre italiane: sono quelle imprese a capitale italiano che non dispongono di una reale funzione di R&S, ma si limitano a svolgere attività di co-marketing, a produrre per conto di terzi, o ad essere licenziatarie di imprese straniere.

Solo una parte delle multinazionali operanti in Italia possiede pertanto una struttura produttiva a ciclo integrale, dalla produzione del principio attivo alla formulazione della specialità. Tali imprese, infatti, concentrano in un numero relativamente limitato di unità produttive la fase chimica della formulazione (produzione del principio attivo), ed affidano alle consociate locali la produzione farmaceutica, il confezionamento e la distribuzione.

Le importazioni di prodotti farmaceutici sono per gran parte dovute ai flussi che vengono alimentati all’interno dei gruppi multinazionali operanti in Italia tramite consociate produttive e, in misura minore, attraverso importatori e loro rappresentanti. Le strategie internazionali delle multinazionali affidano nella maggior parte dei casi alle consociate italiane la fase del confezionamento o soltanto la fase della distribuzione, generando un flusso di importazioni che nel 2006 è stato di 11 miliardi di euro. Come dimostra la costante crescita dell’import, questa strategia risulta consolidata: pochi centri di produzione e ricerca che alimentano le consociate di tutto il mondo, le quali realizzano solo le fasi terminali del confezionamento e distribuzione.

TOP 12

PRINCIPALI GRUPPI FARMACEUTICI

GENNAIO 2007

RANK GRUPPI € Milioni GEN. 2007
      %
       
  MERCATO           907.8 100.0
       
1    MENARINI            78.5 8.65
2    PFIZER            78.1 8.61
3    SANOFI-AVENTIS            60.1 6.62
4    ASTRAZENECA            50.6 5.57
5    MERCK & CO            40.8 4.50
6    NOVARTIS            39.8 4.39
7    SIGMATAU            38.2 4.21
8    GLAXOSMITHKLINE            37.8 4.17
9    BAYER            36.6 4.03
10    ROCHE            20.8 2.29
11    ABBOTT            20.0 2.20
12    BOEHRINGER INGEL            17.5 1.93

RANK GRUPPI ±%vs GEN.2006 ± vs GEN. 2006
    € Milioni
       
  MERCATO -2.8 -26.5
       
1    BAYER 5.8 2.0
2    ABBOTT 2.7 0.5
3    NOVARTIS 1.8 0.7
4    SIGMATAU 1.2 0.5
5    SANOFI-AVENTIS -2.5 -1.5
6    BOEHRINGER INGEL -3.3 -0.6
7    PFIZER -3.9 -3.2
8    ROCHE -4.0 -0.9
9    MERCK & CO -4.3 -1.8
10    MENARINI -6.4 -5.4
11    GLAXOSMITHKLINE -14.1 -6.2
12    ASTRAZENECA -14.5 -8.6

Al di là dei dati strettamente quantitativi, è importante rilevare che le difficoltà dell’industria farmaceutica sono in parte riconducibili alla debolezza strutturale del tessuto imprenditoriale italiano, che si caratterizza in particolare per tre aspetti tra loro correlati:

  • l’incapacità del sistema scientifico ed industriale di sostenere in modo non episodico il processo di R&S di farmaci innovativi;
  • le ridotte dimensioni aziendali medie che si scontrano con la necessità di disporre di risorse sempre maggiori per la R&S;
  • il modesto grado di internazionalizzazione.

I tre aspetti sono fra loro strutturalmente collegati, poiché nel settore è difficile avere una dimensione internazionale se non si ha la capacità di generare vera e significativa innovazione di prodotto, che peraltro è funzione diretta del livello molto elevato degli investimenti che l’impresa è capace di mobilitare con sistematicità. Livelli elevati di investimenti in attività innovative, caratterizzate da un elevato livello di incertezza, sono alla portata solo di imprese di grandi dimensioni.

Questo circuito negativo si autoalimenta e tende nel tempo ad emarginare le posizioni competitive più deboli.

Le difficoltà delle case farmaceutiche operanti in Italia sono correlate anche alle condizioni del Sistema-Paese, cioè all’insieme delle infrastrutture, regole, procedure, che influenzano le scelte strategiche e possono favorire o meno la creazione di un vantaggio competitivo.

In questo contesto, la definizione di una politica industriale di alto profilo diventa uno strumento essenziale per aiutare le imprese a sostenere le crescenti pressioni competitive.

Si possono individuare cinque potenziali aree di intervento:

  • snellimento delle procedure amministrative e semplificazione della burocrazia: è necessario eliminare gli ostacoli diretti perché gli investimenti vengano realizzati. Si tratta quindi di creare un ambiente istituzionale e politico percepito come non ostile alle industrie farmaceutiche, per evitare che queste dirottino le loro risorse nei sistemi-paese più competitivi;
  • superamento delle barriere tra enti e strutture diverse: la possibilità di attivare collaborazioni con istituzioni di ricerca universitarie e ospedaliere qualificate, offre la possibilità di ricadute indirette sull’intero sistema delle conoscenze del paese. I vincoli di natura normativa e burocratica penalizzano l’attività dei ricercatori operanti nelle strutture pubbliche: sistemi di reclutamento, di incentivo e di carriera che non riconoscono e premiano in modo adeguato i risultati scientifici conseguiti, sostanziale impossibilità di mobilità fra strutture pubbliche e private, meccanismi di finanziamento dei progetti di ricerca a “pioggia”. Gli interventi devono privilegiare le forme di collaborazione tra imprese, e fra imprese e altre istituzioni, in primis Università e istituzioni di ricerca pubbliche, unica opzione per recuperare economie di scala e di scopo.
  • incentivo all’innovazione: una volta create le condizioni di base, una politica industriale efficace dovrebbe puntare a creare le opportunità per chi investe. In questo senso sarebbe auspicabile garantire un maggiore riconoscimento ai ricercatori che lavorano con l’industria e favorire il trasferimento di risorse tra i diversi attori coinvolti nella R&S, in modo tale da evitare anche il fenomeno della migrazione all’estero degli stessi, sia per la possibilità di disporre di strutture più adeguate alle loro ambizioni scientifiche, che per convenienza economica. Per quanto riguarda le risorse economiche, l’introduzione di incentivi finanziari e fiscali dovrebbe essere affiancata da un piano di sviluppo di strumenti di finanziamento più idonei alle caratteristiche attuali della R&S, in particolare il venture capital;
  • coordinamento degli interventi e concentrazione degli investimenti: in Italia persiste il problema della mancanza di guida strategica della ricerca per la salute. Un buon coordinamento permetterebbe di controllare meglio dove le risorse pubbliche vengono destinate e che risultati danno. La scarsità di risorse a disposizione delle istituzioni, inoltre, impone di sfruttare al meglio quelle esistenti. La concentrazione degli investimenti verso alcune aree e attori specifici risulta indispensabile per facilitare l’ottenimento di una massa critica adeguata;
  • sviluppo di nuove competenze e consolidamento di quelle esistenti: nell’industria farmaceutica il futuro è rappresentato dalle biotecnologie, anche se l’Italia non ha favorito lo sviluppo di imprenditorialità in questo settore. Una politica industriale adeguata dovrebbe favorire la creazione di centri di eccellenza focalizzati sulle nuove tecnologie emergenti. Data l’importanza del fattore umano, gli sforzi dovrebbero inoltre essere indirizzati ad estendere il più possibile la base di ricercatori, favorendo la crescita professionale di figure relativamente nuove (biochimici, ingegneri genetici, bioinformatica, ecc.) attraverso l’attivazione di studi universitari specifici e nuovi corsi di specializzazione post-laurea.

E’ anche sulla base di questo scenario che da più parti si avanzano dubbi sulle prospettive dell’industria farmaceutica italiana come realtà industriale e competitiva significativa. Non solo le imprese farmaceutiche italiane, salvo rare eccezioni, sono poco presenti nei mercati internazionali, ma anche nel mercato domestico detengono complessivamente una posizione minoritaria e progressivamente in declino.

Nonostante il processo di concentrazione in atto a livello globale stia interessando anche l’Italia, (dal 1990 ad oggi il grado di concentrazione delle prime cinque aziende è passato dal 20 al 40%), il settore rimane altamente frammentato, e si compone in gran parte di aziende farmaceutiche di piccole dimensioni, generalmente licenziatarie di altre imprese, soprattutto straniere, e impegnate in attività di co-marketing.

Accanto a queste piccole realtà, operano aziende a matrice italiana, che mostrano segni di vitalità strategica in un contesto competitivo caratterizzato sempre più da colossi mondiali. Queste aziende dispongono di un portafoglio prodotti costituito non solo da farmaci su licenza, ma anche da prodotti ottenuti direttamente mediante sviluppo interno.

Esse cercano di sopperire ai limiti di risorse attraverso un’attenta politica di focalizzazione. Tuttavia, come già detto, il livello degli investimenti in R&S, pur rappresentando una quota considerevole del fatturato, pone un problema di sostenibilità nel medio-lungo termine.

Infine, vi sono le filiali di multinazionali che hanno cominciato ad operare sul territorio nazionale in momenti diversi, ed ora sono impegnate in Italia secondo modalità differenziate: da una presenza fortemente integrata comprendente attività di R&S, produzione per il mercato mondiale e commercializzazione, fino a presenze più focalizzate su specifiche attività di produzione e/o commercializzazione.

Se si guarda ai cinque cluster della R&S in Italia in termini dinamici e prospettici, emerge uno scenario alquanto negativo per il futuro della R&S effettuata nel nostro paese, dove è evidente il rischio di migrazione dei tre raggruppamenti che fanno innovazione verso Sud-Est.

Per le Multinazionali Integrate o focalizzate sullo sviluppo clinico registrativo il problema delle fonti finanziarie è riconducibile alla capacità di attrarre investimenti dal Corporate. Si sta delineando infatti la creazione di un meccanismo di competizione tra le filiali di una stessa multinazionale, in base al quale l’assegnazione di risorse destinate alla R&S da parte della casa madre avviene in funzione della capacità di ottenere una migliore performance. In questo contesto competitivo, dunque, costi, tempi e qualità dei risultati diventano il punto di riferimento per le Multinazionali, in quanto sono i parametri in base ai quali la sede centrale fa la sua scelta. Dal punto di vista dei tempi, fare Ricerca e Sviluppo in Italia rappresenta un grosso “handicap”, così come esistono condizioni sfavorevoli in termini di nuove tecnologie, formazione e disponibilità di risorse umane adeguate, sfruttamento di sinergie tra industria e Università.

Nel caso delle Italiane Integrate, il contesto competitivo di riferimento è quello globale. Esse devono confrontarsi su tutto il processo di R&S con i giganti del settore, scontando dimensioni ridotte ed il ruolo determinante del Sistema-Paese, che spesso rende le condizioni operative più disagevoli rispetto ai concorrenti.

Il problema delle risorse per le aziende italiane è prioritario, in quanto da esse dipende la sopravvivenza dell’attività di R&S: l’eccellenza operativa non è sufficiente se non si dispone di un budget minimo per sostenere gli investimenti.

Le opzioni strategiche a disposizione delle Italiane Integrate si riconducono sostanzialmente alle seguenti:

  • abbandono della R&S con conseguente focalizzazione su attività di natura commerciale (licensing-in e co-marketing), o sulla produzione di farmaci generici;
  • politica Me-too: partendo da farmaci la cui attività terapeutica è ben consolidata, l’obiettivo è di sviluppare nuove molecole con identico meccanismo di azione, ma migliori in termini di efficacia, tollerabilità o comodità posologica. I progetti di R&S sono pertanto limitati ad innovazioni di tipo incrementale;
  • aggiramento della massa critica attraverso tre azioni combinate: focalizzazione su specifiche aree terapeutiche, creazione di un fitto network, e reperimento di risorse mediante il venture capital. In tal modo le imprese possono sopperire alla scarsità di risorse sfruttando al meglio quelle disponibili;
  • crescita della massa critica attraverso acquisizioni/fusioni o accordi di collaborazione come consorzi e joint-ventures con altre aziende Italiane Integrate sulla Ricerca e Sviluppo.

La catena del valore 

In un contesto così variegato come quello farmaceutico risulta difficile definire un quadro di forza e debolezza del settore avendo come punto di riferimento la somma della imprese, piuttosto che la singola impresa.

Per questo scopo, è necessario approfondire in maggiore dettaglio le componenti che caratterizzano l’attività d’impresa. Uno strumento analitico di facile applicazione è rappresentato dal concetto di catena del valore, inteso come insieme delle attività d’impresa attraverso le quali articolare e scomporre i singoli ambiti strategici e gestionali. In tale direzione, è possibile evidenziare tre macro aree chiave:

  • Ricerca e Sviluppo
  • Produzione
  • Marketing & Sales

Mentre per quanto riguarda la Ricerca e Sviluppo si tratta di entrare in maggiore profondità in un’area di attività che viene riconosciuta tradizionalmente come centrale per il conseguimento ed il mantenimento di vantaggi competitivi, l’attenzione agli aspetti produttivi e commerciali è un importante elemento, che indica la necessità di riconsiderare questi ambiti di azione manageriale con maggiore attenzione per il futuro.

Ricerca e Sviluppo 

Il settore farmaceutico è caratterizzato da una scansione ben precisa delle diverse fasi del processo di R&S, che consente di distinguere fra ricerca di base, ricerca applicata e sviluppo finalizzato alla commercializzazione. Questa articolazione del ciclo di R&S riflette da un lato le specificità legate alla base di conoscenze e alle attività specifiche proprie di ciascuna fase, dall’altro i vincoli imposti da un sistema di regolamentazione fortemente strutturato, che impone controlli rigorosi e passaggi precisi nella conduzione delle attività.

Per giungere alla immissione sul mercato di un nuovo farmaco occorre seguire un piano di sperimentazione clinica. Questo piano si deve rifare a regole standard ben definite, recepite nel 1992 dalla Comunità Europea e successivamente dall’Italia nel mese di giugno dello stesso anno.

Una sperimentazione clinica è quindi una forma di esperimento pianificato che viene condotto su pazienti e permette di giungere a valutare quale può essere il trattamento più valido per futuri pazienti che soffrano di una determinata patologia.

Più in dettaglio, la R&S può essere distinta in preclinica e clinica.

La fase preclinica è dedicata all’analisi chimica e biologica di potenziali nuove sostanze attive da sottoporre a screening in vitro e in vivo e alla sperimentazione di laboratorio su animali. Gli sviluppi della biologia molecolare e della modellistica ad essa associata hanno negli anni trasformato radicalmente questa fase del ciclo di R&S, spostando il focus sull’identificazione dei meccanismi di interazione tra proteine e recettori che governano i processi fisiologici collegati alla patologia interessata.

L’obiettivo di questa fase è quello di fornire indicazioni circa il profilo farmacologico della nuova sostanza attiva e la sua tollerabilità, per poter passare ad una sperimentazione clinica che, quasi in tutti i paesi, richiede la formulazione di un dossier da sottoporre all’autorità di regolamentazione per l’approvazione. I composti isolati in questa fase che mostrano prospettive di sviluppo ulteriori sono sottoposti alla brevettazione.

Lo sviluppo clinico è finalizzato alla conduzione dei test sull’uomo attraverso tre fasi che si differenziano per gli obiettivi, la dimensione del campione e la volontarietà dei componenti il campione a partecipare a tale sperimentazione. La fase I prevede la somministrazione del nuovo farmaco ad un ristretto numero di soggetti volontari sani per verificarne il livello di tossicità e fornire indicazioni preliminari circa l’efficacia, il range di dosaggio e la sua metabolizzazione. Nel caso questi test preliminari vengano superati, si inizia la fase II, nella quale vengono coinvolti pazienti affetti dalla patologia sulla quale il farmaco dovrebbe agire, per valutarne in maniera più puntuale l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’eliminazione, nonché il dosaggio e la tollerabilità. La fase III non si differenzia in modo sostanziale dalla fase II, se non per l’allargamento del campione e l’effettuazione di test basati su più centri e possibilmente in più paesi, per avere indicazioni precise circa la valenza terapeutica del farmaco ed i suoi effetti nel lungo periodo con lo scopo di individuare eventuali effetti collaterali non evidenziati nelle fasi precedenti e stabilire in maniera precisa le indicazioni, la posologia e le vie di somministrazione, e le controindicazioni del nuovo farmaco.

Una volta completato lo sviluppo clinico, la documentazione sviluppata viene presentata all’autorità governativa per l’autorizzazione alla commercializzazione, ottenuta la quale è possibile commercializzare il nuovo farmaco. Comincia a questo punto la fase detta di Post-Marketing Surveillance, che prevede tanto la continuazione dei test per verificare possibili effetti collaterali precedentemente sfuggiti all’analisi perché particolarmente rari, quanto la raccolta di dati per verificare la sicurezza e l’efficacia del nuovo farmaco una volta introdotto sul mercato. In questa fase, inoltre, possono emergere elementi circa nuove indicazioni del farmaco che portano all’inizio di una nuova attività di ricerca volta alla verifica di tali possibilità.

Si rileva quindi che dalla sintesi al commercio si impiegano in media 12 – 15 anni, con un investimento nell’ordine di 870 milioni di euro.

I Prodotti Farmaceutici

I prodotti farmaceutici per uso umano contengono principi attivi aventi efficacia terapeutica riconosciuta dal Ministero della Salute.

Esistono quattro tipologie di prodotti:

  1. specialità etiche
  2. specialità da banco ( OTC – Over the counter )
  3. prodotti diagnostici
  4. materiale ospedaliero

Le specialità etiche sono quelle che necessitano di prescrizione medica. I prodotti sono registrati presso il Ministero della Salute ed hanno il prezzo controllato dall’AIFA.

Le specialità da banco ( parafarmaceutici, dietetici, etc. ) possono essere acquistate senza prescrizione, ma la composizione è sempre soggetta ad una registrazione del Ministero della Salute. Alcuni prodotti possono essere pubblicizzati, ed il prezzo è sostanzialmente libero.

I prodotti diagnostici sono di norma legati a strumenti venduti in ospedale o presso laboratori clinici, oppure possono essere acquistati direttamente in farmacia. Di norma non c’è bisogno di prescrizione medica ed il prezzo in farmacia è libero.

Il materiale ospedaliero è classificato come “presidio medico-chirurgico”, e l’acquisto è soggetto alla pubblicazione di bandi di gara.

Fattori critici nell’ambito della R&S 

Il successo dell’industria farmaceutica è legato alla possibilità di effettuare investimenti significativi e con prospettive di ritorno di lungo termine. Negli ultimi dieci anni si è assistito ad un costante incremento degli investimenti in R&S con tassi di crescita annui del 9-10%.

Inoltre, il tempo richiesto per scoprire e sviluppare un nuovo farmaco è raddoppiato tra il 1960 e il 2004, passando da una media di 8 a 15 anni.

Una molecola di successo, infatti, deriva di solito da uno screening di decine di migliaia di molecole che vengono studiate e sperimentate. Su 10.000 sostanze studiate, una sola possiede i requisiti di qualità, sicurezza ed efficacia necessari per acquisire lo status di specialità medicinale commercializzata. Questo comporta, come visto, investimenti rilevanti, circa  870 milioni di euro per molecola, e tempi lunghi per la sperimentazione preventiva.

Tra gli altri possibili fattori che hanno contribuito alla dilatazione dei tempi della R&S, con conseguente diminuzione della produttività del processo stesso in termini di output e incremento dei costi, si possono indicare:

  • requisiti regolatori più stringenti: il crescente numero ed il rigore dei requisiti previsti dalle agenzie regolatorie per gli studi clinici condotti dall’industria, hanno causato un ritardo nel processo di sviluppo, che ha contribuito al calo nel numero di domande di registrazione;
  • incremento nel numero e nella complessità di trial clinici richiesti per l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte delle autorità regolatorie: i costi associati alla conduzione dei trial clinici sono aumentati. Tra il 1980 e il 2004, il numero medio di trial richiesti per la registrazione di nuovi farmaci è aumentato da 30 a 68 per farmaco, ed il numero di soggetti coinvolti nella sperimentazione è più che triplicato, passando da 1321 a 4237 per farmaco;
  • lacune nei dissier di registrazione presentati dalle imprese farmaceutiche alle Agenzie regolatorie;
  • cambiamento nelle priorità degli investimenti in R&S: da malattie studiate già da molto tempo, e per le quali numerosi sono i farmaci disponibili, per esempio l’area del cardiovascolare, a patologie degenerative e croniche complesse.

Alle difficoltà proprie del processo di R&S si aggiungono altri elementi di pressione, come la riduzione del ciclo di vita dei farmaci, che permette di sfruttare commercialmente il prodotto per un periodo più breve rispetto al passato.

I tempi di sviluppo progressivamente crescenti, permettono infatti di godere dei vantaggi della copertura brevettuale, attualmente di 25 anni, per periodi sempre più ridotti.

Con la scadenza del brevetto, cessa il divieto per tutte le altre imprese di produrre il farmaco fino ad allora protetto. Si ha così l’inizio della concorrenza tra il farmaco originale e quello generico.

Una volta che il generico è disponibile, si assiste dunque ad una biforcazione del mercato: i consumatori poco sensibili al prezzo continueranno ad acquistare il farmaco di marca, mentre gli altri risponderanno passando all’acquisto del generico.

I farmaci Blockbuster arrivano a perdere anche il 90% del mercato, a favore del generico, durante il primo anno dalla scadenza del brevetto.

Inoltre, l’intensa e crescente competizione tra le compagnie farmaceutiche ha ridotto il tempo durante il quale il primo farmaco di una nuova classe terapeutica rimane l’unico in tale classe: il lasso di tempo che oggi intercorre tra il lancio di un nuovo farmaco e quello del suo diretto concorrente si è ridotto a soli 3 mesi.

Anche l’affollamento nelle principali aree terapeutiche è molto aumentato: per l’AIDS, ad esempio, dai 28 farmaci presenti nel 1987 si è passati ai 174 del 2001.

I crescenti costi riflettono le minori probabilità di successo ed i conseguenti maggiori rischi di non recupero degli investimenti di un programma di ricerca. L’aumento dei costi si distribuisce lungo l’intero processo, acuendo l’importanza di dimensioni critiche di fatturato come condizione necessaria per mantenere una presenza diretta in tutte le fasi. Particolarmente oneroso risulta in questo senso lo sviluppo clinico, che assorbe circa la metà dell’intero budget del progetto.

I fattori critici di successo nella Ricerca e Sviluppo sono pertanto sempre più legati ad effetti scala.

In assenza di rilevanti risorse economico-finanziarie, due sono le alternative operative che emergono dal confronto con la realtà internazionale: la specializzazione nelle fasi a monte della ricerca, o la focalizzazione per patologia ed area terapeutica.

Per quanto riguarda la specializzazione per fase di R&S, l’obiettivo è quello di concentrare le risorse solo su alcune fasi dello sviluppo del nuovo farmaco. Nell’ambito dei farmaci etici questo rappresenta un’opportunità per realtà di dimensioni medio/piccole, con elevate capacità di ricerca per sviluppare una nuova molecola fino alle soglie dello sviluppo clinico, per il quale diventa poi fondamentale individuare partner da coinvolgere.

L’attività di R&S diventa in questo caso il business all’interno del quale operare e da valorizzare attraverso la ricerca di accordi, la cessione di licenze, o forme più strutturate di collaborazioni quali joint-ventures o alleanze strategiche di sviluppo.

A completamento di questa evidenza è necessario ricordare come sempre di più le imprese farmaceutiche già presenti sul mercato stiano sviluppando programmi in ambito biotecnologico. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, le modalità seguite sono principalmente di crescita esterna attraverso collaborazioni e processi di technology transfer, piuttosto che di investimento diretto interno.

Nel caso della focalizzazione si persegue il presidio di un “territorio” competitivo circoscritto, definito in termini di specifiche aree terapeutiche, e di un gruppo di programmi di ricerca all’interno di queste. Queste scelte prefigurano il perseguimento di una strategia di nicchia, che consente di conseguire due risultati:

  • non disperdere risorse finanziarie ed umane su uno spettro di aree terapeutiche troppo ampio per essere presidiato efficacemente in un regime di risorse scarse;
  • una più rapida ed efficace accumulazione di competenze nelle specifiche aree terapeutiche ed una selezione, al loro interno, di programmi di ricerca correlati dal punto di vista scientifico, capaci quindi di generare sinergie in termini di conoscenze ed esperienze.

L’esplosione di nuove tecnologie e l’aumento dei costi spingeranno quindi le aziende farmaceutiche di medie e piccole dimensioni, a puntare su un modello organizzativo di network, come conferma il proliferare di alleanze a cui si è assistito negli ultimi anni, passate da 180 nel 1993 a più di 600 nel 2001.

Oggi è sempre più difficile condurre in maniera autonoma tutte le fasi della R&S, ed il presidio delle le attività della catena del valore, dalla ricerca al commercio, non solo non è garanzia di successo, ma è difficile da attuare o comunque non economicamente sostenibile senza una massa critica rilevante.

Dunque, la costituzione di un network basato su una fitta rete di accordi e di collaborazioni fra più soggetti, finalizzati allo sfruttamento di sinergie e di elementi di complementarietà sia in termini di strutture che di know-how, rappresenta una importante alternativa, e può fornire anche nell’industria farmaceutica delle soluzioni in termini di condivisione di know-how, flessibilità, ammortizzazione di costi.

Le procedure di registrazione dei medicinali 

La possibilità di operare all’interno di un sistema di regolamentazione che limiti possibili inefficienze nel processo di sviluppo, dovute ad allungamento dei tempi di esame ed elaborazione delle pratiche, è un fattore critico di successo sia nel breve, sia nel lungo periodo. Dalla prospettiva della singola impresa, inoltre, accanto all’efficienza operativa dell’autorità regolamentare, acquista notevole importanza la possibilità di operare all’interno di un insieme di regole il più possibile omogenee rispetto a quelle in vigore negli altri paesi.

Negli Stati Uniti, la sperimentazione clinica che riguarda un nuovo farmaco deve essere condotta dietro preliminare presentazione alla FDA (Food and Drug Administration), l’organo competente per le autorizzazioni e le registrazioni dei farmaci, di una domanda di IND (Investigational New Drug Application), necessaria per ottenere l’autorizzazione a procedere alla somministrazione di un farmaco o di un prodotto biologico in fase sperimentale, ad esseri umani.

Attraverso gli studi preclinici il richiedente deve riuscire a dimostrare non solo che il prodotto è ragionevolmente sicuro, al punto da consentire l’iniziale utilizzo in esseri umani, ma anche che il composto esibisce un ‘attività farmacologica che ne giustifica lo sviluppo commerciale.

Dopo aver inoltrato la domanda di IND, il richiedente non può iniziare i trial clinici prima dei trenta giorni successivi, tempo richiesto dalla FDA per esaminare lo studio prospettico. Qualora l’agenzia rilevi qualche problema e solleciti un supplemento di informazioni, la sperimentazione clinica può essere ritardata. Se nulla osta, il richiedente conduce i trial clinici e quando ritiene, sulla scorta dei dati raccolti, di essere in possesso di prove di sicurezza ed efficacia tali da soddisfare i requisiti richiesti dalla FDA, inoltra all’Agenzia una domanda di registrazione per ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio negli Stati Uniti: la New Drug Application (NDA) e, nel caso dei prodotti biologici, la Biologics Licence Application (BLA). La NDA contiene la documentazione con le specifiche relative alla fabbricazione del prodotto, i dati di stabilità e biodisponibilità, i metodi di analisi di ogni forma farmaceutica che lo sponsor intende commercializzare, l’etichettatura contenente le informazioni per il medico ed il paziente, nonché i risultati di ogni studio tossicologico supplementare non già presentato nella domanda di IND.

La FDA può negare l’autorizzazione all’immissione in commercio per una serie di ragioni, solitamente dovute a gravi negligenze da parte del richiedente. Per legge, l’autorizzazione può essere negata se il dossier di registrazione non include gli adeguati test per dimostrare che il prodotto può essere utilizzato in condizioni di sicurezza per le indicazioni descritte o riportate nella sua etichettatura. Inoltre, l’autorizzazione può essere rifiutata dalla FDA qualora i dati clinici siano insufficienti a dimostrare l’efficacia del farmaco.

A livello europeo, allo scopo di favorire la circolazione dei medicinali nel mercato interno, garantendo al tempo stesso un elevato livello di tutela della salute pubblica, la Comunità ha gradualmente armonizzato il quadro legislativo in materia di medicinali.

Il primo, importante passo in questa direzione è stato compiuto con l’adozione della direttiva 65/65/Cee del Consiglio del 26 gennaio 1965, che stabilisce che i criteri per l’accettazione dei farmaci da parte degli stati membri devono consistere nella dimostrazione della qualità, sicurezza ed efficacia, elencando la documentazione da esibire a sostegno delle suddette prove. La domanda di registrazione può essere respinta solo in caso di inottemperanza ai suddetti requisiti.

La suddetta direttiva, inoltre, stabilisce che la distribuzione di un medicinale nel territorio dell’Unione Europea sia subordinata al rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio.

Fino ad oggi, questa direttiva è stata oggetto di numerose modifiche, ed il processo di armonizzazione dei requisiti tecnici e legali è progredito incessantemente.

Dopo ampie consultazioni tra i vari stati membri, nel 1993, la Commissione, con la dir. 93/39 Cee e il regolamento Cee n. 2309/93, definì le basi giuridiche del nuovo sistema comunitario di autorizzazione delle specialità medicinali.

Con l’adozione del regolamento Cee n. 2309/93, venne messo a punto un nuovo sistema, in vigore dal 1995, i cui capisaldi erano:

  • l’istituzione dell’EMEA (European Medicines Evaluation Agency), struttura centralizzata per la valutazione dei medicinali, costituitasi nel 1995, con sede a Londra. All’Agenzia sono affidate varie responsabilità connesse al controllo della fabbricazione e alla vigilanza sui medicinali: essa coordina l’adempimento, ad opera della Comunità e degli stati membri, dei compiti loro spettanti per quanto riguarda la fabbricazione e le prove sui medicinali, oltre ad essere responsabile delle procedure di registrazione e a vigilare permanentemente sui medicinali autorizzati nella Comunità;
  • l’adozione di due distinte procedure comunitarie per il rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio di un medicinale, una centralizzata e l’altra decentralizzata;
  • il valore coercitivo e vincolante, dal punto di vista giuridico, delle decisioni prese a livello comunitario.

A seguito dell’introduzione delle suddette modifiche, l’autorizzazione comunitaria ha assunto un ruolo preponderante rispetto alla procedura nazionale, che viene attualmente applicata a prodotti di esclusivo interesse nazionale: se il medicinale resta confinato ad un singolo stato membro, non è previsto il coinvolgimento degli organismi sovranazionali.

La procedura centralizzata prevede un’unica autorizzazione all’immissione in commercio, valida in tutti gli stati membri della Comunità Europea. Alla base di questa procedura si colloca la volontà di giungere ad un’autorizzazione comunitaria  fondata su una valutazione unica e scientificamente accreditata.

L’elemento innovativo è rappresentato dal carattere vincolante del giudizio finale in tutti gli stati membri e, in caso di parere negativo, nessuno stato membro potrà rilasciare un’autorizzazione nazionale per quel determinato medicinale.

La domanda di autorizzazione, corredata dalle informazioni e dalla documentazione previste dalla normativa, deve essere inoltrata direttamente all’EMEA, che l’accetta dopo una procedura di validazione.

L’obbligo della procedura centralizzata, che attualmente riguarda i prodotti biotecnologici, verrà esteso a tutti i nuovi medicinali destinati al trattamento di Aids, cancro e malattie neurodegenerative con la riforma della legislazione farmaceutica dell’Unione Europea proposta nel 2003 dal Consiglio dei ministri della Sanità dell’Unione Europea e dalla Commissione.

Per i medicinali ai quali non si applica la procedura centralizzata o per i quali il richiedente scelga di non seguirla, si ricorre ad una procedura detta decentralizzata, che si basa sul principio del mutuo riconoscimento della autorizzazioni nazionali da parte degli stati membri, estendendo la commercializzazione di farmaci già registrati.

In base a questa procedura, lo stato membro dal quale parte la richiesta di riconoscimento viene definito “stato membro di riferimento” (Reference Member State, RMS).

Il titolare di un’autorizzazione all’immissione in commercio che intenda inoltrare la domanda di riconoscimento in uno o più stati membri, chiede all’autorità competente dell’RMS la disponibilità a redigere una relazione di valutazione in merito al prodotto in oggetto, o ad aggiornare le eventuali relazioni già esistenti. Al momento della presentazione della domanda di mutuo riconoscimento, viene fornita comunicazione anche all’EMEA, nei modi e nei tempi previsti. Tutti gli stati membri ai quali si richiede l’estensione della registrazione devono ricevere lo stesso dossier di valutazione redatto dall’RMS, unitamente al sommario con le caratteristiche del prodotto.

Gli stati membri coinvolti nel mutuo riconoscimento devono deliberare in merito all’autorizzazione entro 90 giorni, a partire dal momento in cui hanno ricevuto la documentazione.

Qualora uno o più stati membri, avendo riscontrato possibili rischi per la salute pubblica inerenti qualità, efficacia e sicurezza del medicinale, non ritengano di procedere al riconoscimento dell’autorizzazione, gli altri stati interessati si adopereranno per raggiungere accordi bilaterali o multilaterali in merito alla questione. In caso di persistente disaccordo, la questione sarà deferita all’EMEA, che ricorrerà ad una procedura di arbitrato. La decisione finale risultante da tale arbitrato sarà vincolante per tutti gli stati membri.

Produzione

Il sistema produttivo del comparto farmaceutico in Italia è qui inteso in modo da includere sia i principi attivi farmaceutici, nonché i processi per realizzare il prodotto finito (Finishing), con le connesse attività di Supply, fino a considerare il farmindotto. Il cuore del comparto manifatturiero è rappresentato sia dagli stabilimenti che producono principi attivi, sia da quelli che forniscono alla distribuzione i prodotti finiti.

Gli aspetti produttivi del settore farmaceutico rappresentano un’attività della catena del valore tradizionalmente percepita come un vincolo piuttosto che come una fonte rilevante di opportunità reddituali e di competitività.

L’apparente limitata opportunità di recupero di margini attraverso interventi mirati sull’area di produzione deriva in parte dalle fonti di vantaggio competitivo nel settore, localizzate nella capacità di introdurre nuove molecole e di mantenere innovazioni nella pipeline di prodotto. I margini di ritorno elevati, tipici del settore, hanno determinato una struttura finanziaria di supporto fortemente orientata verso l’interno attraverso il ricorso all’autofinanziamento, se si escludono le imprese di origine biotecnologica per le quali risulta prioritario l’accesso a fonti esterne di finanziamento. Le contrazioni sul lato dei profitti ed il parallelo aumento dei costi di R&S, tuttavia, rendono strategico riconsiderare con maggiore attenzione ogni possibile ambito di recupero di redditività all’interno delle attività della catena del valore, e l’area produzione appare sempre di più una fonte di opportunità in questo senso.

A livello di settore l’attenzione rivolta agli aspetti produttivi come potenziali fonti di redditività per l’impresa è da tempo un elemento centrale per i produttori di generici. Per questi ultimi, infatti, in assenza di protezione di rendite garantite dalla titolarità del brevetto, le determinanti del successo risiedono in una forte capacità di razionalizzazione del processo produttivo, capillarità nella distribuzione e garanzia di una presenza tempestiva sui mercati.

Il panorama produttivo italiano fa sostanzialmente parte della transnazionalità del settore farmaceutico, per cui sia le tendenze globali, sia le strategie aziendali, sia gli avanzamenti tecnologici, si riflettono sulla strutturazione del nostro sistema produttivo.

L’assetto produttivo è basato quindi su criteri quali la specializzazione produttiva dei siti per tipologia di specialità (solidi, orali, liquidi, biofarmaceutici, vaccini, ecc.), con mercati internazionali da servire, e sul contract manufacturing, che rappresenta il fenomeno dell’outsourcing manifatturiero, realtà emergente che si evidenzia sia per il sistema dei costi, sia per la specializzazione, sia come conseguenza delle ristrutturazioni derivanti da M&A ed in generale dall’eccesso di capacità produttiva presente.

In particolare, per quanto concerne l’industria farmaceutica, il contract manufacturing può riguardare tutte le diverse fasi del processo produttivo: la produzione degli intermedi e dei principi attivi, la formulazione ed il dosaggio del farmaco finito, i processi fisici (quali la micronizzazione, la granulazione, la macinatura, la liofilizzazione), fino all’imballaggio del farmaco finito.

In Italia, il mercato dell’outsourcing è ancora frammentato e non omogeneo, con poche grandi aziende multinazionali che sono in grado di soddisfare i sempre più stringenti requisiti regolatori.

Indipendentemente dalle scelte strategiche riguardanti la produzione come area chiave della catena del valore di un’impresa farmaceutica e dalle attuali tendenze per il futuro appena descritte, i contenuti delle attività produttive sono altamente qualitativi, ed includono un elevato livello di processi e di metodologie accanto a comprovati valori scientifici e manageriali. Questo comporta innovazione, alta conoscenza scientifica ed ingegneristica, attraverso i migliori principi della gestione della qualità per rispondere alle problematiche di industrializzazione dei prodotti innovativi.

Marketing & Sales

L’entità e l’importanza dell’area commerciale nell’ambito della catena del valore appare oggettiva e ragionevole. Infatti, dopo avere effettuato investimenti importanti per ricercare, sviluppare e produrre un farmaco, l’azienda farmaceutica ha solo pochi anni per recuperare questi investimenti. E lo scopo del Marketing & Sales è appunto quello di assicurare il ritorno di questi investimenti.

La funzione commerciale è quella che rappresenta ed interfaccia i consumatori, il mondo della salute, e quindi la sua attività influisce sull’identità e sulla reputazione di tutte le componenti che operano all’interno dell’impresa farmaceutica.

Il brevetto dà una protezione di circa 25 anni dalla fase iniziale. Tuttavia, lo sviluppo preclinico e clinico possono richiedere quasi quindici anni per arrivare alla registrazione del farmaco. La conseguenza è che l’azienda ha circa dieci anni di tempo per assicurarsi un adeguato ritorno, considerando anche che, in seguito all’ammissione sul mercato, le vendite di un farmaco seguono il ciclo di vita del prodotto, ed il tempo necessario per l’immissione sul mercato dei prodotti me-too si è ridotto a pochi mesi.

Alla fine, il farmaco esce dalla protezione brevettuale ed entra nel sistema competitivo con i generici.

Nel settore farmaceutico i tempi necessari per portare i nuovi principi attivi sul mercato sono progressivamente aumentati a causa delle normative regolatrici sempre più stringenti, e tese ad un sempre maggior grado di efficacia ed innocuità del farmaco.

La problematica brevettuale è davvero importante, sia per il suo contenuto strategico, sia per il suo impatto operativo. E le ragioni sono ovvie poiché incide sui risultati delle singole imprese e sull’andamento del settore nel paese di riferimento.

Per quanto riguarda l’Italia, vale la pena accennare al fatto che fino al 1978 l’innovazione farmaceutica italiana mancava ancora della protezione brevettuale. Da una parte, tale assenza aveva scoraggiato l’attività di ricerca delle imprese che, non potendo fruire della tutela concessa all’inappropriabilità dell’innovazione, non erano incentivate a sviluppare lunghi e costosi programmi di R&S. Dall’altra però, proprio la mancanza di protezione brevettuale aveva consentito alle medie imprese di sviluppare una ricerca prevalentemente imitativa di farmaci brevettati all’estero, favorendone così l’espansione nel mercato interno.

Alla fine, nella convinzione che l’introduzione del brevetto avrebbe incentivato gli investimenti in ricerca, garantendo a tutte le imprese, grandi e piccole, italiane e straniere, uguali condizioni di appropriabilità della conoscenza, il 20 marzo 1978 la Corte Costituzionale sancì la brevettabilità dei farmaci nel nostro paese.

Attualmente, essendo stata comunque tardiva rispetto agli altri paesi l’introduzione del brevetto farmaceutico, le imprese nazionali mostrano una certa difficoltà a recuperare il ritardo accumulato nel campo della ricerca farmacologica, in rapporto alle grandi multinazionali.

Da una forte strutturazione commerciale e di vendite fino agli anni Settanta, in cui il ruolo del Marketing era di supporto, si passa agli anni Ottanta, in cui si ha un forte orientamento ad un marketing che guidi le strategie commerciali all’interno dell’azienda, mentre le vendite sono responsabili della realizzazione dei volumi; fino agli anni Novanta ed attuali, dove vi è una consapevolezza di focus sul cliente e sugli stakeholders, cioè su tutti gli attori che interagiscono nel sistema farmaceutico, dai pazienti, ai medici, ai fornitori, alle strutture istituzionali, ospedaliere.

Intervengono inoltre, a fronte delle complessità competitive, anche le alleanze strategiche sulla commercializzazione di prodotti Blockbuster. All’interno di tali alleanze tra differenti aziende, prendono forma il “co-marketing”, che consiste nella commercializzazione attraverso due nomi di prodotti differenti dello stesso farmaco, promosso da strutture di vendita distinte, anche all’interno della stessa azienda, e la “co-promotion”, che consiste invece nella commercializzazione attraverso diverse strutture di vendita di un singolo prodotto.

Le filiali di multinazionali, a differenza delle aziende italiane medio-piccole, in cui l’area commerciale è globalmente integrata sia nella Direzione Generale  che a livello funzionale come direzione Marketing & Sales, presentano invece direzioni commerciali più complesse, e la motivazione risiede in particolare nella caratteristica matriciale delle strutture.

Le consociate hanno inoltre un obiettivo commerciale dichiarato, essendo altrove le leve strategiche. Di qui un marketing applicativo e operativo su strategie di prodotto decise altrove, su budget di spesa che provengono e sono controllati in un sistema transnazionale, in armonia con una strategia globale che proviene dalla casamadre.

Le nuove frontiere : le biotecnologie

La storia delle moderne biotecnologie inizia con la scoperta da parte di Watson e Crick, a metà del ventesimo secolo, della struttura a doppia elica del DNA. I vent’anni successivi alla scoperta del DNA sono stati dedicati a descrivere il modo con cui questa molecola trasmette l’informazione alla progenie, e in cui esplica le funzioni all’interno di un organismo. Vi è la nascita dell’ingegneria genetica che coincide anche con quella delle nuove biotecnologie con Boyer e Cohen.

Secondo la definizione dell’OCDE, “le biotecnologie consistono nell’applicazione di principi scientifici ed ingegneristici al trattamento dei materiali tramite agenti biologici al fine di procurare merci e servizi”. Tuttavia il termine biotecnologia non è statico, non racchiude una singola tecnologia o industria, ma rappresenta la convergenza di tecnologie innovative (biologiche/fisiche/computazionali) usate per sviluppare prodotti e processi che migliorano la vita in aree terapeutiche, diagnostiche, dispositivi medici, cibo, agricoltura ed energia.

Ed il pianeta biotecnologico è ampio e composto da numerose famiglie: bioelettronica e sensori, materiali biomimetici, protesi neuro elettroniche e colture di neuroni, tecnologie fermentative e biocatalisi, ingegneria proteica, animali transgenici, terapia genica e modificazioni fisiopatologiche, piante transgeniche, biotecnologie per l’ambiente e l’energia, tecnologie per l’RNA, biotecnologie per diagnostici e vaccini.

Diverse sono inoltre le tecniche utilizzate quali la fermentazione, la bioconversione, le colture di cellule animali e vegetali, l’ingegneria genetica, la reazione a catena della polimerasi. E diversi i settori di applicazione: cura della salute, ma anche agricoltura, chimica fine ed ingegneria impiantistica.

Queste tecnologie hanno ricevuto la loro maggiore spinta scientifica attraverso lo sviluppo del DNA ricombinante, che ha permesso ai ricercatori di inserire materiale genetico da un organismo ad un altro, di specie differente.

Se ci focalizziamo nel mondo della salute, l’utilizzo delle biotecnologie è indirizzato su quattro traiettorie fondamentali:

  1. biotecnologie come tool di produzione, finalizzato alla realizzazione di metodi di produzione più efficienti;
  2. biotecnologie come strumento di ricerca, finalizzato allo studio dei meccanismi cellulari delle malattie e alla scoperta di molecole con proprietà terapeutiche innovative;
  3. biotecnologie applicate alla diagnostica;
  4. biotecnologie utilizzate per la terapia genica e per l’utilizzo di cellule staminali ai fini terapeutici.

Sebbene la prima tecnica di ingegneria genetica risalga agli anni Settanta, la considerazione del biotech come nuovo paradigma di ricerca si è pienamente affermata solo agli inizi degli anni Novanta. A questo punto è l’industria statunitense che cresce rapidamente negli anni Ottanta e Novanta, anche perché i governi dell’Europa occidentale impongono severe restrizioni alla ricerca genetica.

Obbligate ad attraversare l’Atlantico per tenere il passo con i loro competitori statunitensi, le maggiori aziende farmaceutiche europee creano i propri siti di ricerca biotecnologica negli Stati Uniti, o finanziano piccole aziende farmaceutiche, sempre negli USA.

L’industria delle biotecnologie si evolve e si configura gradualmente come un sistema o come una rete, in cui le strategie e le organizzazioni delle singole imprese si alimentano attraverso un’interazione dinamica tra istituzioni accademiche, infrastrutture e politiche pubbliche. E qui gioca in modo essenziale lo stretto legame tra innovazione e competitività, accanto all’importanza dei network di ricerca, al ruolo delle nuove imprese e dei mercati delle tecnologie. Tali caratteristiche hanno creato un forte vantaggio competitivo degli USA.

Con riferimento agli Stati Uniti, le caratteristiche fondamentali che possono essere individuate per spiegare lo sviluppo delle aziende biotecnologiche in questa area geografica riguardano appunto fattori innovativi rispetto alle aziende farmaceutiche tradizionali. Essi sono riconducibili alla stretta e precoce collaborazione tra imprese biotech specializzate ed Università; ad un notevole sostegno da parte del governo sia alla ricerca di base che a quella applicata; al facile accesso al capitale sia sotto forma di capitale di rischio, grazie alle iniziative di venture capital e ad un mercato azionario dinamico, sia sotto forma di capitale proveniente da collaborazioni con grandi società farmaceutiche tradizionali; alla forte tutela dei diritti di proprietà intellettuale; alla promozione del trasferimento di tecnologia; al clima favorevole alla sperimentazione in campo genetico.

Le aziende farmaceutiche tradizionalmente utilizzano sostanze chimiche inorganiche per sviluppare nuove sostanze farmaceutiche. Le aziende biotecnologiche, invece, usano sostanze naturali derivate organicamente per sintetizzarle in farmaci. Si tratta di sostanze del corpo umano, così come di materiale organico di piante e animali, da ingegnerizzare geneticamente in sostanze che possono essere usate per trattare delle malattie.

Utilizzando la tecnologia del DNA ricombinante, per cui i frammenti genetici delle cellule di un organismo sono trasferiti alle cellule di un altro, un’azienda può produrre in gran quantità sostanze terapeutiche come l’insulina, che sono invece prodotte in minime quantità dall’organismo umano.

Comunque, una considerazione ampiamente condivisa riguarda la difficoltà crescente, da parte della ricerca tradizionale delle industrie farmaceutiche, di scoprire nuovi ritrovati su base chimica, mentre il concentrarsi della ricerca sulla manipolazione genetica, come essenza della biotecnologia, sta divenendo più penetrante.

Le biotecnologie impattano in modo trasversale sulle varie fasi del processo e sui vari segmenti dell’offerta. Dalla scoperta, sviluppo e produzione di nuovi medicinali, al settore dei diagnostici, sino alle tecnologie di Drug Delivery.

Le dinamiche del settore biotecnologico

Le dinamiche che impattano sul settore biotecnologico configurano un quadro complesso, in cui si evidenzia una profonda interazione tra scienza, mercato dei capitali e industria.

La modalità fondamentale attraverso la quale si sono sviluppate le imprese biotech è dipesa principalmente dal limitato grado di risorse di cui inizialmente si dispone. I processi di start-up possono, ove non si parli di imprese biofarmaceutiche (e cioè di imprese farmaceutiche che possiedono anche attività biotecnologiche o che acquisiscono o interagiscono attraverso joint-ventures con imprese biotecnologiche), derivare da spin-off accademici, industriali, o da investimenti diretti.

Nei casi di spin-off industriali o accademici, l’obiettivo è quello di ottenere finanziamenti per fondare start-up biotech. E qui entra in gioco il mercato dei capitali.

I soggetti che rientrano nella categoria di possibili finanziatori delle start-up biotech sono suddivisi tra “Business Angels”, che entrano nella fase di investimento iniziale, Venture capitalist, che intervengono solitamente nelle fasi di ciclo di vita avanzato rispetto ai primi, banche e istituzioni pubbliche, che richiedono invece forti garanzie di successo.

In altri casi, molte aziende operano attraverso il licensing-out delle tecnologie sviluppate a compagnie farmaceutiche, ricevendo in cambio i finanziamenti per completare i programmi di ricerca.

Gli accordi di licensing e le partnership tra aziende biotecnologiche e quelle farmaceutiche stanno cambiando il volto del settore, disegnando la tendenza a vedere sempre meno aziende biotecnologiche indipendenti, ed una sempre maggiore interazione delle stesse con le case farmaceutiche. E’ un fenomeno che si può intendere sia come tendenza al consolidamento da parte delle aziende biotecnologiche attraverso le strategie di collaborazione, sia come strategia graduale di transizione delle farmaceutiche tradizionali in biofarmaceutiche. Preoccupate per la scadenza di molti brevetti sui cosiddetti farmaci Blockbuster, che generano almeno un miliardo di dollari all’anno di vendite, molte case farmaceutiche sono a caccia di futuri best-sellers, e sono disposte a pagare generosamente per accaparrarsi i diritti di commercializzazione di prodotti dal grande potenziale. Da parte loro, le società biotech che non hanno ancora portato sul mercato un prodotto di largo successo, sanno di avere i minuti contati: secondo uno studio riportato da Ernst&Young nel 2005, il 40% delle aziende biotech quotate esauriranno i fondi a loro disposizione nel giro di due anni.

Il Biotech in Italia

Il comparto biotecnologico italiano viene così presentato da Assobiotec nel 2005: “Con un centinaio di aziende attive nelle biotecnologie (di cui tre quotate in Borsa), oltre 5.000 addetti ed un fatturato di 1.500 milioni di euro, l’Italia ha iniziato a giocare un ruolo crescente nel contesto europeo, malgrado una dimensione quantitativa dello sviluppo della bioindustria inferiore rispetto agli altri paesi europei (Gran Bretagna, Germania, Francia).

La nascita e lo sviluppo delle imprese biotech in Italia riguardano start-up dalla ricerca (65%), spin-off dall’industria (18%), appartenenza a multinazionali (9%) e spin-off da Università (8%). In Lombardia sono presenti il 40% delle imprese a livello nazionale, con oltre il 70% del fatturato e dei dipendenti.

Il Parco Scientifico Biomedico San Raffaele, ad esempio, è tra le maggiori realtà europee focalizzate sulla ricerca biomedica e sulla biotecnologia. Il centro è stato creato al fine di sostenere la capacità competitiva di imprese che operano in aree ad alto contenuto tecnologico, attraverso l’elaborazione e la condivisione di progetti di R&S, lo sviluppo di nuove imprese, la creazione di specifici programmi di collaborazione tra Università, CNR, Industria ed altri organismi internazionali.

Il Parco, inoltre, è attivo nella formazione di ricercatori e manager attraverso corsi di aggiornamento, seminari, pubblicazioni, convegni.

Le principali aree di ricerca sono la Biologia Molecolare, l’Immunologia, la Neuroscienza, La Biologia Cellulare, la Ricerca Clinica.

Oltre alla presenza di numerosi organismi operanti nell’attività clinica e nella ricerca, integrati attraverso l’Ospedale San Raffaele, il Parco rappresenta un importante punto d’incontro per alcune realtà aziendali internazionali quali: Bayer, Primm, Schering-Plough, Roche Milano Ricerche, tutte con proprie divisioni di ricerca attive.

Un’ altra realtà importante è il Bio Industry Park del Canavese. Il parco, nato negli anni Novanta, ha tra i suoi azionisti attori pubblici e privati. Sebbene siano presenti aziende importanti nel panorama internazionale quali Bracco e Serono, la vocazione del parco non è di tipo esclusivamente biomedico, ma ha diverse applicazioni in campo agroalimentare, ambientale e tecnologico.

Un’altra scommesa su cui punta il biotech italiano è la nascita di Nerviano Medical Science, spin-off di ricerca oncologica successivo all’acquisizione di Pharmacia da parte di Pfizer che, dalla decisione di quest’ultima di non interesse per tale centro, rappresenta la più forte realtà italiana ed europea di ricerca, Drug Discovery e Development nel settore dell’oncologia.

I parchi tecnologici sono uno strumento utile per migliorare i rapporti tra imprese e Università e creare nuove realtà imprenditoriali, nonché nuova occupazione. Infatti, poiché l’innovazione è strettamente collegata alla ricerca scientifica di base, l’istituzione di parchi tecnologici o il clustering di nuove imprese attorno a centri di ricerca determina un incubatore, che può condurre ad un più rapido trasferimento di tecnologia.

Gli effetti sinergici osservati in queste aree fanno aumentare l’efficienza complessiva dell’industria. In altre parole, le economie esterne o di agglomerazione determinano non solo un miglioramento dell’efficienza statica dei processi produttivi, ma operano in questo caso come economie dinamiche, vale a dire come fattori di riduzione dei costi di produzione e, soprattutto, come fonti di creatività imprenditoriale e di innovazione.

Tra le società biofarmaceutiche più importanti, segnaliamo Menarini, Sigma Tau, Dompè.

Altre iniziative interessanti riguardano la Chiron Biocine (ex-Sclavo), che ha lanciato sul mercato un vaccino ricombinante per la pertosse tramite la manipolazione genetica, costituendo il primo esempio di vaccino batterico ottenuto con la tecnica del DNA ricombinante; Tecnogen ha avviato numerosi programmi di ricerca applicata soprattutto nel campo degli anticorpi monoclonali ad uso diagnostico e per immunoterapia; Alfabiotech è impegnata nella produzione di Alfa-interferone.

In conclusione, esistono realtà di punta nel biotech italiano dalle quali potrebbero scaturire effettive dinamiche di sviluppo. Sembra tuttavia che tale significatività rimanga limitata a settori di nicchia in quanto, anche in un settore così innovativo, il mercato è dominato non solo dalle aziende con grande capacità tecnologica, finanziaria ed organizzativa, ma altresì dalla capacità del sistema di attrarre capitali, accanto agli incentivi per integrare accademia ed industria, motivando i talenti.

Fattore di sviluppo e di consolidamento fondamentale per i settori high-tech è la disponibilità di capitali di rischio. Alla radice della vitalità e del successo del sistema delle imprese operanti nelle biotecnologie negli Stati Uniti vi è anche un sistema di venture capital articolato e di reale supporto nelle diverse fasi di avvio delle nuove iniziative imprenditoriali. Il quadro italiano purtroppo vede, oltre alla debolezza dell’intervento del soggetto pubblico, pochi attori privati disposti ad investire capitali assumendo gli elevati rischi finanziari ed imprenditoriali connessi.

Ovviamente, è anche la domanda di capitale di rischio, e quindi le occasioni di investimento in nuove attività imprenditoriali ad alto rischio e ad alto ritorno in settori innovativi, che crea incentivi allo sviluppo di un sistema di venture capital. Il punto è che in Italia il circolo virtuoso stenta a partire, mentre si crea una condizione di oggettivo svantaggio competitivo, soprattutto in considerazione del ruolo cruciale che le biotecnologie sono destinate a giocare nel settore, e dell’assenza di grandi imprese italiane consolidate.

In effetti uno dei maggiori rischi per il nostro nascente settore biotecnologico è la mancanza di un quadro sistematico e di reale supporto al sistema, che potrebbe portare ad una cristallizzazione della situazione attuale: riprodurre nel biotech la situazione di scarsa competitività di cui il nostro paese soffre nella farmaceutica tradizionale.

L’innovazione tecnologica può offrire opportunità di crescita solo se le occasioni vengono colte tempestivamente.

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