L’idea di sviluppo sostenibile

  1. Le relazioni tra impresa e ambiente

Nel panorama socio-economico attuale le imprese sono in gran parte consapevole che il modello di sviluppo non può più essere quello degli ultimi decenni ma che è necessario di coniugare sviluppo economico, conservazione dell’ecosistema e miglioramento della qualità della vita.

È importante fare emergere una cultura aziendale che interpreti la libertà economica come libertà responsabile e sostenibile, che aggreghi gli obiettivi di redditività ed efficienza con uno sviluppo sostenibile nel tempo, senza compromettere le opportunità delle generazioni future[1].

Il rilevante impatto delle attività industriali sull’eco-sistema, la conseguente crescita dell’attenzione verso le problematiche ecologiche a livello sociale, politico e legislativo e l’aumento delle implicazioni economiche legate all’ambiente impongono oggi alle imprese di prendere in seria considerazione la gestione della variabile ecologica e, quindi, di dare all’intera questione una risposta puntuale ed efficace al mercato, alla società e alle istituzioni[2]. È ovvio che tale risposta dovrà correttamente riflettere, oltre che condizioni specifiche di contesto, fattori di carattere interno, di tipo culturale e organizzativo e, come è naturale, valutazioni di convenienza economica. Senza dubbio, il manifestarsi, in impresa, di una correlazione di segno positivo tra performance ambientali e performance economico-competitive costituisce un elemento decisivo per l’adozione di un approccio attivo nella gestione della variabile ambientale, nell’ambito del quale gli obiettivi di tutela ecologica siano integrati tra i “fini” aziendali, dunque, riconoscendo ad essi una chiara valenza strategica, nonché adeguatamente valorizzati all’interno e all’esterno dell’organizzazione.

Le imprese riconoscono nella gestione dell’ambiente un dovere etico e una priorità aziendale, ma chiedono di essere messe in grado di sviluppare una corretta politica ambientale.

Oggi l’impresa non è solo un attore economico, ma gioca il suo ruolo nell’integrazione fra sistema economico, sociale ed ambientale: valorizzando le relazioni con i collaboratori, la comunità locale, i consumatori, le autorità pubbliche ed i servizi.

È necessario che tutti questi soggetti abbiano ben presenti aspetti come la disponibilità di territorio, il paesaggio, la gestione della risorsa idrica, l’inquinamento atmosferico, la mobilità, che nell’insieme definiscono la “competitività ambientale”[3].

Ma è anche vero che le tematiche ambientali non possono essere derubricate a semplice regime burocratico-autorizzatorio. Esse si allargano a concetti di sviluppo sostenibile, abbracciano risorse vitali per l’industria, quali fonti energetiche e insediabilità.

La nuova prospettiva del rapporto industria-ambiente inizia dalla consapevolezza che non esistono solo costi di risanamento dei danni ambientali. Ma esistono investimenti proattivi nella qualità ambientale e ricavi derivanti da una politica intelligente di risparmio di materie prime ed energia, di ottimizzazione del ciclo produttivo.

Le possibilità di intervento sono chiaramente individuate, così come gli strumenti disponibili.

Si tratta, allora, di tradurre possibilità e strumenti in politiche attive di sostenibilità ambientale. Di decidere se, e come, aziende, decisori pubblici ed esperti possano realizzare una nuova etica dello sviluppo, che generi benessere senza porsi in contraddizione con l’ambiente.

Il grado di dinamicità ambientale concerne invece la molteplicità delle relazioni tra impresa e ambiente e, più precisamente, la variabilità e l’ampiezza dei cambiamenti a cui l’azienda è sottoposta. Tale variabile è direttamente correlata alla capacità dell’impresa di influenzare il proprio ambiente competitivo tramite strategie di innovazione di prodotto o processo, comportamenti volti a non subire in modo eccessivo i vincoli derivanti dalle relazioni con fornitori e clienti, nonché opportune risposte alle minacce rappresentate da prodotti sostitutivi e nuovi concorrenti. Più dinamico è il rapporto tra impresa e ambiente, maggiore sarà il grado di complessità che caratterizza l’attività dell’impresa e, conseguentemente, la sua struttura organizzativa.

Per valutare in che modo la complessità gestionale impatta sull’assetto organizzativo dell’impresa può essere utile analizzare un modello che pone in relazione tale variabile con le modalità di svolgimento dell’attività di controllo.

La gestione aziendale per lo sviluppo sostenibile, come nuova forma o tipologia di management, potrebbe costituire risposta univoca alle sollecitazioni sopra evidenziate e rappresentare per l’economia mondiale uno dei collanti maggiormente accettati per omogeneizzare le cosiddette economie parziali o di settore.

Ciò in quanto essa comporta, ovviamente, una rielaborazione e una modificazione delle scelte riferite all’acquisto delle materie prime, alla selezione dei siti produttivi, alla progettazione dei processi di produzione, alla valutazione dei sistemi di distribuzione, all’eliminazione delle scorie e dei rifiuti dei prodotti, alla produzione delle emissioni derivate dal processo di  produzione[4].

Nell’attuazione pratica le scelte hanno risentito talvolta di schematismi ideologici non supportati dai dati scientifici dimostrabili, ma il ruolo aziendale, così reimpostato, ha dovuto comunque operare secondo tre principi in gran parte accettati:

– la scelta a monte dei siti e delle infrastrutture di tipo produttivo ritenute maggiormente idonee;

– lo sviluppo di tecnologie più pulite;

– la realizzazione di prodotti più ecologici.

In verità se da un lato non può esservi sviluppo produttivo senza un cambiamento e una trasformazione degli elementi ambientali, dall’altra un elevato degrado dell’ambiente genera un’alterazione dell’equilibrio ecologico con conseguenze sul paesaggio e sulla salute.

La strategia obbligata degli Stati industrializzati è la ricerca degli equilibri possibili tra il sistema economico e il sistema ambientale, posto che ciascuno Stato persegue l’aumento della propria competitività produttiva per creare maggiore ricchezza e incrementare il benessere dei propri cittadini.

Nell’intento di promuovere le condizioni per lo sviluppo dei processi produttivi, sostenendo anche l’accelerazione dei modelli di innovazione tecnologica, si può applicare il percorso certificativo alla gestione di un sistema territoriale e infrastrutturale d’insieme, integrato con i servizi e con l’organizzazione.

Esso permetterebbe la realizzazione della presunzione di sicurezza in relazione alla flessibilità dell’intervento e degli investimenti e agli impegni dei soggetti e delle entità coinvolte.

Il percorso attuativo prevede:

– la scelta degli obiettivi;

– il risk assessment;

– l’identificazione del soggetto gestore;

– le sue modalità operative;

– le progettazioni degli interventi;

– l’appalto delle opere;

– la gestione finanziaria;

– il marketing di area.

Per contro, il processo certificativo identifica:

– l’ambito certificativo;

– il modello certificativo da realizzarsi attraverso la redazione di protocolli e procedure;

– il soggetto certificatore.

L’elaborazione di questo pacchetto mette in relazione il concetto di governance ad un reale sviluppo di sistemi di partenariato che, attraverso modalità di confronto e di condivisione, consentano l’integrazione delle decisioni assunte nel ciclo di programmazione e controllo dei soggetti attuatori, privati e pubblici, coinvolti nel progetto[5].

L’esistenza di progetti integrati non è cosa nuova nelle politiche di sviluppo del territorio[6].

In essi la crescita della capacità progettuale e di problem solving, dai quali discende la costruzione affettiva del progetto e la validazione del principio di sussidiarietà tra i partecipanti, è nota.

Se la crescita può essere definita come l’insieme di relazioni tra le risorse e la capacità reale di occupazione, reddito e accumulazioni, e la capacità potenziale in termini organizzativi e di innovazione tecnologica, lo sviluppo, invece, viene inteso come valorizzazione responsabile in un contesto di patrimonio e di capacità umane, ove la partecipazione ai benefici e il contributo di ogni elemento sociale allo sviluppo avviene in un ambito di coesione sociale. Lo sviluppo riproduce istituzioni (gli assetti normativi, le regole del gioco, gli habitat) e il capitale sociale (relazioni, qualità dei rapporti cooperativi che i soggetti coinvolti nel progetto possono mettere a disposizione).

Lo sviluppo permette che ridiventino centrali e prioritari aspetti che nella crescita sono contingenti e strumentali: per esempio il governo del patrimonio in un’ottica di bene comune e la preoccupazione per gli impatti a medio termine riguardo alle risorse critiche e non riproducibili.

I programmi integrativi sono la declinazione operativa delle politiche integrate: nati su suggerimento comunitario[7] sono in grado di coniugare interventi regolativi, distributivi ed anche politiche ridistributive[8] e la domanda di integrazione nasce come un’esigenza strettamente inerente ai problemi di governance[9].

Attraverso il confronto diretto con le pubbliche amministrazioni è già possibile affrontare tematiche di governance in una logica di assistenza tecnica e di affidamento sul campo, volte all’adozione di strumenti innovativi di buon governo[10].

“Il raggiungimento delle condizioni di utilizzazione ottimale delle risorse disponibili rispetto ai bisogni espressi dalle diverse categorie di utenti potenziali”[11] rappresenta l’obiettivo della disciplina. La soddisfazione di tali bisogni, inoltre, “è realizzata attraverso la creazione di un valore netto positivo” che vuol dire, appunto, tener conto delle esternalità negative prodotte da un intervento e cercare di minimizzarle. Questo obiettivo è allora traducibile in termini di sviluppo sostenibile. Il concetto di sviluppo sostenibile va ben oltre l’idea della semplice crescita delle attività economiche per proporsi una finalità ben più estesa di ampliamento del benessere complessivo della popolazione di riferimento dell’area.

Uno sviluppo così inteso si svolge lungo tre direttrici: una sociale, una ambientale e una economica. Proprio la dimensione economica è quella privilegiata dal marketing territoriale. Questo non vuol dire che essa è prioritaria rispetto alle altre due, ma semplicemente che, considerati gli strumenti di cui si avvale, il marketing è in grado di agire soprattutto sulle variabili economiche del territorio[12]. Tale azione si svolgerà secondo parametri di sostenibilità ambientale e sociale, puntando ad attrarre dall’esterno dell’area e a valorizzare al suo interno tutte quelle risorse in grado di attivare per essa un processo di sviluppo[13].

  1. Il concetto di sviluppo sostenibile. Le implicazioni per le imprese

La definizione generalmente accettata di Sviluppo Sostenibile è: “sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le loro proprie esigenze”[14].

Questa definizione riflette bene il principio secondo cui dovremmo tentare di consegnare alle generazioni future un ambiente almeno non peggiore di quello che abbiamo trovato noi quando siamo arrivati in questo mondo.

In un ambiente sempre più visibilmente inquinato da odori, rumori, fumi, scarichi maleodoranti quando non venefici, sversamenti in terra e in mare di idrocarburi ed altri prodotti chimici, progressiva distruzione di specie vegetali ed animali, impoverimento del patrimonio idrico, ecc., il concetto di Sviluppo Sostenibile diventa decisamente più articolato e, per trarne una qualche operatività, deve essere ulteriormente approfondito.

La definizione delle Nazioni Unite: lo sviluppo sostenibile è lo sviluppo equilibrato tra le necessità economiche e sociali delle persone e la capacità delle risorse terrestri e degli ecosistemi di soddisfare le necessità presenti e future. Ampiamente accettata è la natura tridimensionale dello sviluppo sostenibile: economica, sociale e ambientale. Essa si riferisce a un percorso di sviluppo socioeconomico finanziariamente equilibrato, socialmente equo, eticamente responsabile e adeguatamente integrato nel bilancio ecologico di lungo periodo dell’ambiente naturale. Lo sviluppo sostenibile è anche un processo dinamico che continuerà a evolvere e progredire man mano che le lezioni vengono apprese e le idee precedenti riconsiderate. Sin dall’Earth Summit di Rio del 1992, in cui è stata unanimemente adottata l’Agenda 21, molti paesi hanno intrapreso delle azioni verso lo sviluppo sostenibile[15].

Nonostante che siano stati compiuti progressi in alcune aree e che sia stato prodotto un gran numero di idee e di raccomandazioni politiche, la loro implementazione è stata piuttosto lenta. Comunque, il percorso verso lo sviluppo sostenibile non è sinora stato lineare ed è ben lungi dall’essere pienamente realizzato. Molto contenuti sembrano essere stati i progressi verso la concreta attuazione di una cultura dello sviluppo sostenibile[16]. Di fatto, molti progressi sono il frutto di iniziative locali, che hanno così messo in pratica la nota massima “pensare globalmente, agire localmente”.

Anche nell’ambito della comprensione delle interrelazioni fra i tre capisaldi dello sviluppo sostenibile sono stati compiuti dei limitati passi in avanti, mentre gran parte dell’attenzione è stata posta sulla dimensione ambientale della sostenibilità.

Il concetto di sviluppo sostenibile si delinea concretamente fin dai primi anni Settanta e in particolare nel 1972 con la Conferenza di Stoccolma, dove si sottolinea che l’uomo è portatore di una solenne responsabilità per la protezione e il miglioramento dell’ambiente per le generazioni presenti e future.

Questa “visione”, punto di riferimento condizionante per ogni forma di gestione del territorio e ogni ipotesi che ne guidi la trasformazione, dichiara che lo sviluppo umano deve essere rispettoso dell’ambiente e di conseguenza non deve limitarsi a guardare le esigenze del presente, ma deve garantire anche alle generazioni future la possibilità di godere di risorse naturali almeno pari a quelle attuali[17].

Ma è grazie al lavoro della Commissione Brundtland, istituita dalle Nazioni unite nel 1983[18] e conclusasi con l’elaborazione del celebre rapporto Our common future, documento presentato alla Conferenza per l’ambiente e lo sviluppo organizzata dall’Onu a Tokyo nel 1987, che le ipotesi di Stoccolma trovano uno sviluppo più organico.

L’idea che scaturisce dal documento si manifesta nella definizione di uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri e pone l’ambiente come elemento imprescindibile di crescita per lo sviluppo sociale economico e culturale di qualunque territorio.

L’ambiente è “l’arena” in cui il confronto dei soggetti, che contribuiscono al progresso e allo sviluppo, si attua senza compromettere la possibilità di sopravvivenza del pianeta e delle generazioni future.

Ambiente, economia, cultura e sociale diventano aree di interazione in cui soddisfare l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, equo e attento alle necessità contingenti che sappia riflettere e anticipare le necessità future attraverso l’opera di governi, amministrazioni, organizzazioni, imprese, associazioni e cittadini[19].

L’esigenza di conciliare crescita economica ed equa distribuzione delle risorse in un nuovo modello di sviluppo ha iniziato a farsi strada a partire dagli anni ’70, in seguito all’avvenuta presa di coscienza del fatto che il concetto di sviluppo classico, legato esclusivamente alla crescita economica, avrebbe causato entro breve il collasso dei sistemi naturali. La crescita economica di per sé non basta, lo sviluppo è reale solo se migliora la qualità della vita in modo duraturo.

Nella sua accezione più ampia, il concetto di sostenibilità implica la capacità di un processo di sviluppo di sostenere nel corso del tempo la riproduzione del capitale mondiale composto dal capitale economico, umano/sociale e naturale.

In particolare, il capitale economico “costruito” è rappresentato da tutte le cose create dagli individui, il capitale umano/sociale è costituito da tutti gli individui di una società mentre il capitale naturale è costituito dall’ambiente naturale e dalle risorse naturali della società.

La definizione più diffusa è quella fornita nel 1987 dalla Commissione Indipendente sull’Ambiente e lo Sviluppo (World Commission on Environment and Development), presieduta da Gro Harlem Brundtland, secondo la quale: “L’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro[20]”.

L’elemento centrale di tale definizione è la necessità di cercare una equità di tipo intergenarazionale: le generazioni future hanno gli stessi diritti di quelle attuali. Si può evincere, inoltre, anche se espresso in maniera meno esplicita, un riferimento all’equità intragenerazionale, ossia all’interno della stessa generazione persone appartenenti a diverse realtà politiche, economiche, sociali e geografiche hanno gli stessi diritti. Il successo di tale enunciato, prevalentemente di matrice ecologica, ha animato il dibattito internazionale, determinando numerosi approfondimenti e ulteriori sviluppi del concetto di sostenibilità, che nel tempo si è esteso a tutte le dimensioni che concorrono allo sviluppo.

In tale ottica, la sostenibilità è, dunque, da intendersi non come uno stato o una visione immutabile, ma piuttosto come un processo continuo, che richiama la necessità di coniugare le tre dimensioni fondamentali e inscindibili dello sviluppo: Ambientale, Economica e Sociale.

  • Sostenibilità ambientale – Per sostenibilità ambientale si intende la capacità di preservare nel tempo le tre funzioni dell’ambiente: la funzione di fornitore di risorse, funzione di ricettore di rifiuti e la funzione di fonte diretta di utilità. All’interno di un sistema territoriale per sostenibilità ambientale si intende la capacità di valorizzare l’ambiente in quanto “elemento distintivo” del territorio, garantendo al contempo la tutela e il rinnovamento delle risorse naturali e del patrimonio[21].
  • Sostenibilità economica – La sostenibilità economica può essere definita come la capacità di un sistema economico di generare una crescita duratura degli indicatori economici. In particolare, la capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento delle popolazioni. All’interno di un sistema territoriale per sostenibilità economica si intende la capacità di produrre e mantenere all’interno del territorio il massimo del valore aggiunto combinando efficacemente le risorse, al fine di valorizzare la specificità dei prodotti e dei servizi territoriali
  • Sostenibilità sociale – La sostenibilità sociale può essere definita come la capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione) equamente distribuite per classi e per genere. All’interno di un sistema territoriale per sostenibilità sociale si intende la capacità dei soggetti di intervenire insieme, efficacemente, in base ad una stessa concezione del progetto, incoraggiata da una concertazione fra i vari livelli istituzionali

In sintesi, il concetto di sviluppo sostenibile si sostanzia in un principio etico e politico, che implica che le dinamiche economiche e sociali delle moderne economie siano compatibili con il miglioramento delle condizioni di vita e la capacità delle risorse naturali di riprodursi in maniera indefinita[22].

Appare indispensabile, pertanto, garantire uno sviluppo economico compatibile con l’equità sociale e gli ecosistemi, operante quindi in regime di equilibrio ambientale, nel rispetto della cosiddetta regola dell’equilibrio delle tre “E”: Ecologia, Equità, Economia.

Ne deriva, dunque, che il perseguimento dello sviluppo sostenibile dipende dalla capacità della governance di garantire una interconnessione completa tra economia, società e ambiente[23].

Tuttavia, appare fondamentale evidenziare come tali dimensioni siano strettamente interrelate tra loro da una molteplicità di connessioni e, pertanto, non devono essere considerate come elementi indipendenti, ma devono essere analizzate in una visione sistemica, quali elementi che insieme contribuiscono al raggiungimento di un fine comune. Ciò significa che ogni intervento di programmazione deve tenere conto delle reciproche interrelazioni. Nel caso in cui le scelte di pianificazione privilegino solo una o due delle sue dimensioni non si verifica uno sviluppo sostenibile.

In virtù di tali considerazioni sarebbe preferibile rappresentare la sostenibilità dello sviluppo in tre cerchi concentrici evidenziando come l’economia esiste all’interno di una società ed entrambe esistono nell’ambiente.

In tal senso, dunque, è possibile costruire una vera e propria piramide della sostenibilità, ponendo alla base proprio la dimensione ambientale che attraverso la fornitura di risorse naturali, di servizi all’ecosistema e di benessere alla società svolge un ruolo fondamentale di supporto sia alla dimensione economica che a quella sociale.

Proprio per la sua triplice dimensione ambientale, sociale ed economica, lo sviluppo sostenibile necessita di sostanziali mutamenti nei comportamenti individuali e nelle scelte dei decisori operanti ai diversi livelli (internazionale – nazionale – territoriale) di governo politico ed amministrativo[24].

  1. Il nuovo modello di sviluppo

Nell’attuale panorama socio-economico, è forte il bisogno di ancorare la politica, l’economia, la società nel suo complesso a valori solidi di responsabilità, trasparenza e tutela. Tuttavia questi valori, incluso il rispetto dei bisogni delle generazioni future, possono e devono ispirare il nuovo modello di sviluppo, ma non possono determinarne, di per sé soli, la realizzazione.

Perché l’etica sociale non resti un semplice slogan, è necessario che venga tradotta in obiettivi concreti, chiaramente definiti e precisamente misurabili. Le motivazioni vanno legate strettamente a finalità tangibili, a ritorni reali.

Tutto il sistema socioeconomico è infatti interessato da profonde trasformazioni che vedono coinvolgere ogni aspetto dell’intero pianeta.

La tendenza verso un mondo sempre più coinvolto da tali questioni, conduce ogni aspetto delle future politiche verso modelli e logiche sostanzialmente nuove e mai affrontate, per lo meno con tale complessità, dalle origini della politica ad oggi.

 Per fare un esempio, si nota già come le politiche mondiali stanno evolvendosi verso i massimi sistemi, verso i modelli di massima integrazione tra componenti sociali ed ambientali.

Si va in pratica verso una globalizzazione di ogni contesto socioeconomico, verso un sistema causa ed effetto più fluido[25].

Nel contempo gli squilibri causati dal vecchio modello consumistico e postilluminista, in transito verso nuove forme, hanno generato le questioni che stanno alla base delle emergenze ambientali mondiali, imponendo e maturando nell’uomo il concetto dello Sviluppo Sostenibile.

Globalizzazione e Sviluppo Sostenibile, che nelle teorie di varie visioni economiche vengono viste, ora in contrapposizione, ora, per altri, collegati, non sono altro che le due facce di una stessa medaglia.

Assieme stanno dando vita ad un processo di neurizzazione dell’intero sistema socio-economico.

Quest’ultimo neologismo vuole proprio configurare la questione centrale del nuovo modello di sviluppo.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di dare un significato ai due concetti in questione – Globalizzazione e Sviluppo Sostenibile.

Entrare nella semantica di questi due termini equivale a dare maggior luce e chiarezza degli ambiti in cui si dovrà muovere la neonata struttura socio-economica.

Da questi principi ispiratori dopo la Conferenza di Tokyo hanno visto la luce importanti iniziative, a partire dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e dalle relative linee programmatiche per avviare il risanamento ambientale della Terra.

Al termine della Conferenza brasiliana Earth summit furono adottati cinque documenti:

— la Dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo;

— l’Agenda 21 (Programma globale di Azione sullo sviluppo sostenibile), documento di principi, obiettivi azioni e strumenti per lo sviluppo sostenibile;

— la Convenzione sulla biodiversità, che mira a favorire un più equilibrato accesso alle risorse biologiche degli ecosistemi ;

— la Convenzione sul Clima, che ha come oggetto la stabilizzazione delle emissioni di gas che favoriscono l’effetto serra;

— La Dichiarazione di Principi sulla gestione sostenibile delle foreste.

Il secondo di questi documenti, Agenda 21, documento di intenti ed obiettivi programmatici su ambiente, economia e società sottoscritto da oltre 170 Paesi di tutto il mondo, aveva lo scopo di delineare i principi guida per perseguire politiche di sviluppo sostenibile.

In particolare, il capitolo 28 “Iniziative delle amministrazioni locali di supporto all’Agenda 21” riconosce un ruolo decisivo alle comunità locali nell’attuare le politiche di sviluppo sostenibile, tenuto conto che oltre il 45% della popolazione mondiale vive in contesti urbani: “Ogni amministrazione locale dovrebbe dialogare con i cittadini, le organizzazioni locali e le imprese private e adottare una propria Agenda 21 locale. Attraverso la consultazione e la costruzione del consenso, le amministrazioni locali dovrebbero apprendere e acquisire dalla comunità locale e dal settore industriale, le informazioni necessarie per formulare le migliori strategie”[26].

In virtù di questo approccio le amministrazione pubbliche devono promuovere la partecipazione e la collaborazione tra i vari attori istituzionali, sociali ed economici (stakeholder) impegnati nello sviluppo locale dei propri attraverso “azioni di sostenibilità” migliorino la qualità della vita e dell’economia del proprio territorio[27].

Con la prima Conferenza sulle città sostenibili, svoltasi ad Aalborg (Danimarca) nel 1994 si raggiunge un’altra tappa fondamentale per l’affermarsi dell’Agenda 21 locale come strumento fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di uno sviluppo sostenibile.

Nell’occasione 80 Amministrazioni locali e 250 rappresentanti di governi, organismi internazionali e società scientifiche, oltre ad associazioni di cittadini e imprenditori sottoscrivono la “Carta delle città europee per un modello urbano sostenibile”, nota anche come Carta di Aalborg, che segna l’avvio della Campagna delle Città europee sostenibili e il primo passo per l’attuazione dell’Agenda 21 locale in Europa.

Ogni ente locale può partecipare alla Campagna sottoscrivendo in forma volontaria la “carta” impegnandosi politicamente e moralmente alla realizzazione di un processo di azione locale per lo sviluppo sostenibile (Agenda 21 locale).

La Conferenza di Johannesburg del 2002 ribadisce, su scala mondiale, la validità dello sviluppo sostenibile, rilanciando anche le Agende 21 locali in un’apposita sessione della conferenza Local Action moves the world, organizzata dall’Iclei, che probabilmente ha rappresentato l’evento più interessante e certamente il più costruttivo del World summit.

La sessione organizzata dall’Iclei, che ha visto la partecipazione delle rappresentanze delle principali associazioni dei governi locali, ha predisposto una nuova linea guida (Plan of implementation), per sviluppare le politiche territoriali al di la’ di quanto ottenuto con dieci anni di applicazione delle Agende 21 locali.

Lo slogan dell’incontro era “From local Agenda 21 to local Action 21”, per indicare la volontà di un passaggio dalle analisi iniziali all’intervento concreto attraverso:

— lo sviluppo di programmi quadro per il cambiamento di modelli di consumo e produzione non sostenibili con la promozione costante di modelli di sostenibilità;

— la promozione e la diffusione di procedure di valutazione di impatto ambientale e di “ciclo di vita” dei prodotti, al fine di incentivare quelli più favorevoli per l’ambiente;

— assicurare la promozione della trasparenza e dell’efficienza delle forme di governo e della gestione delle risorse, anche attraverso la realizzazione di infrastrutture per l’accesso alla informazione (e-government);

— adottare strategie nazionali per l’attuazione dell’Agenda 21, entro il 2005.

Con l’anno 2004 si è di fronte a un nuovo impegno mondiale ed europeo per il rilancio delle azioni connesse allo sviluppo sostenibile ed in particolare alle Agende 21 locali.

Ed è proprio in occasione del decennale della Carta di Aalborg che dal 9 all’11 giugno e` stata organizzata “Aalborg-plus 10”, finalizzata a definire gli impegni per il prossimo decennio (Aalborg Commitments).

Gli Aalborg Commitments promuovono impegni di:

— governance partecipata e gestione locale per la sostenibilità;

— consumo responsabile e stili di vita;

— pianificazione urbana e mobilità;

— salute ed economia locale;

— equità e giustizia locale, per giungere a un impegno che riassume il valore dell’Agenda 21 e della sostenibilità come modello di governance innovativo delle comunità locali dell’intero pianeta “ci impegniamo a farci carico delle nostre responsabilità per conseguire pace, giustizia, equità, sviluppo sostenibile e protezione del clima per tutto il pianeta”[28].

  1. L’applicazione del principio di sostenibilità alle politiche di impresa

Gli approcci sistemici alle questioni ambientali prendono in considerazione le relazioni fra tre diversi sistemi: il sistema economico, il sistema umano ed il sistema naturale[29].

Il sistema economico include tutte le attività economiche dell’uomo come la produzione, gli scambi ed i consumi. Data la limitatezza del fenomeno esso è stato facilmente ricondotto a sistema. Il sistema umano comprende tutte le attività dell’essere umano sul nostro pianeta. Includendo in esso i campi della biologia umana, delle idee, dell’estetica e della moralità costituisce la struttura della vita stessa.

Da quando è chiaro che il sistema economico non costituisce la totalità del sistema umano, possiamo desumere che il sistema economico sia un sottosistema del sistema umano. Di conseguenza possiamo affermare che il sistema naturale comprenda sia quello umano e quindi quello economico[30].

Da un punto di vista economico-ecologico l’espansione del sottosistema economico incontra un limite nella grandezza finita dell’ecosistema mondiale; questa sua dipendenza gli assicura la sopravvivenza, grazie ad intricati legami con l’ecologia che sono stati più facilmente interrotti (o arrestati) come scala della crescita economica che rispetto a tutto il sistema. Dopo l’espansione umana il conseguente utilizzo e smaltimento dei rifiuti e degli inquinanti, ha apportato cambiamenti non solo sull’ambiente come tale, ma anche sul livello e la composizione ecocompatibile dei prodotti e dei servizi richiesti per “sostenere”la società, il sottosistema economico potrà così essere, limitato esso stesso dall’impatto delle sue azioni sull’ambiente[31]. Un nodo centrale è poi la domanda: “Esiste un peso ottimo per l’economia?” Questo nodo è stato in particolar modo affrontato da Daly. Il termine “peso” si usa per indicare “sia il peso dell’uomo, sia come misura dell’incidenza umana nell’ecosistema”[32]. Il punto di vista dell’economia classica riguardo alla crescita sembra quasi ottimistico.

Ma se l’economia cresce, ciò significa che aumenta il suo peso. Peso con un limite massimo di crescita, che dipende, sia dalla capacità rigeneratrice, che da quella “assorbente” dell’ecosistema; “fino al momento in cui la superficie della terra inizierà a crescere ad un tasso pari a quello di interesse”[33], non si dovrebbe prendere questa affermazione troppo seriamente. Pertanto il concetto di “sostenibilità forte” si è reso necessario. Tale definizione è stata costruita sull’ipotesi che alcuni tipi di capitale naturale, sono considerati “critici o scarsi”, e non attualmente sostituibili dal capitale artificiale[34]. In particolare la caratterizzazione della sostenibilità in base al “forte” principio del “non-negative change” si sovrappone alle scorte di particolari capitali naturali, fornendo una ferma giustificazione allo sviluppo di indicatori non-monetari di sostenibilità ecologica elaborati sulla misurazione diretta di importanti riserve e flussi[35].

Traendo le dovute conclusioni da questo concetto, vanno successivamente presi in considerazione gli indicatori bio-fisici, o “conti satellite” di variazioni del patrimonio naturale, senza adattarli in termini monetari al pil. Tuttavia, un dibattito politico ed una storia di ricerche scientifiche, dovrebbero sempre precedere una lista di indicatori. Inoltre, va evidenziato che una lista d’indicatori è lontana dall’essere una lista d’obiettivi o di limiti per gli indicatori stessi.

A questo punto sorge spontanea la questione: di come questi indicatori possano essere aggregati.

Bisogna rilevare che questa è la classica situazione conflittuale studiata nella teoria della valutazione multicriteriale, in quanto i metodi non compensativi sono molto rilevanti da quando la “compensabilità” implica sostituibilità tra differenti tipi di capitale[36].

In linea generale, si può dire che l’impresa favorevole a strategie di sviluppo sostenibile, di fatto, si rende consapevole del proprio ruolo sociale e lo valorizza.

Negli ultimi anni si è fatta strada, soprattutto in Europa, una cultura di impresa che allarga gli orizzonti delle strategie gestionali oltre il perimetro del bilancio economico-finanziario, facendo propri obiettivi ulteriori rispetto a quello del soddisfacimento degli interessi degli azionisti. La prima stagione del riorientamento della cultura di impresa è sicuramente dominata da un’esigenza di “autodifesa” dalle sempre più numerose liabilities che i meccanismi regolativi delle politiche pubbliche hanno via via introdotto sulla scena dell’economia di mercato. Soprattutto a partire dai primi anni Settanta, sono almeno tre i filoni regolativi che hanno determinato forti cambiamenti delle politiche di impresa nella direzione appena indicata:

  1. a) la sicurezza nei luoghi di lavoro;
  2. b) la tutela dell’ambiente dai diversi possibili fenomeni di inquinamento;
  3. c) la tutela dei consumatori contro eventuali danni da prodotti difettosi.

È dunque prevalentemente sotto la pressione di nuovi e sempre più stringenti obblighi di conformità che l’impresa mette in campo nuove strategie orientate al rispetto delle garanzie sociali, ambientali e di qualità.

Questa fase è caratterizzata da una marcata settorialità delle linee di intervento delle politiche pubbliche e delle conseguenti strategie di impresa.

Ciascuna delle aree indicate viene infatti disciplinata come dominio a sé stante, non necessariamente comunicante con altri ambiti più o meno connessi.

Intorno alla metà degli anni Ottanta si manifesta un primo significativo cambiamento. Sul fronte delle politiche pubbliche, diviene infatti sempre più evidente l’esigenza di lasciarsi alle spalle l’approccio settoriale per procedere verso forme ampie e diffuse di integrazione delle politiche.

Un esempio chiarissimo in tal senso si ha considerando le politiche ambientali europee.

Nate come politiche strettamente settoriali, ramificate in sistemi di controllo differenziati per tipologie di inquinamento e legate, in fase attuativa, a competenze amministrative create ad hoc ai vari livelli di governance[37], queste politiche hanno infatti messo a nudo ben presto, a non più di un decennio dalle prime fasi implementative, la limitata efficacia di un approccio che finiva per relegarle ai margini dei processi decisionali di maggior impatto economico e sociale e, proprio per ciò, di maggior rilevanza anche per la qualità dell’ambiente[38]. Nei programmi di azione europei per l’ambiente prende quindi piede l’obiettivo dell’integrazione delle politiche ambientali con le politiche economiche e sociali rilevanti per la salvaguardia ambientale, e, più precisamente, dell’integrazione del fattore ambiente nelle decisioni economiche e sociali a maggiore impatto ambientale (ad esempio in materia di trasporti, mobilità, industria, energia).

A questo nuovo orientamento delle politiche pubbliche fa da pendant, sul fronte delle politiche di impresa, l’introduzione di sistemi integrati di gestione della molteplicità di fattori posti a fondamento dei meccanismi regolativi più direttamente incidenti sulle attività economiche.

  1. Le policies e le strategie gestionali

Sebbene siano nati come strumenti di gestione a livello aziendale (oppure di singolo stabilimento), nel breve volgere di qualche anno è sorta da più parti l’esigenza di utilizzarli anche su una scala dimensionale più ampia e più articolata: il contesto per la loro applicazione è così diventato, a seconda delle circostanze, il polo produttivo comprendente più stabilimenti distinti, la rete di distribuzione di prodotti o servizi, il distretto industriale nel suo complesso, fino ad arrivare all’applicazione di un sistema di gestione ambientale ad un intero territorio comunale[39].

Ciascuna di queste esperienze rappresenta una delle frontiere dell’innovazione in questo ambito e testimonia una crescente esigenza di adeguamento di uno specifico strumento di gestione ambientale a contesti localizzativi diversi e più complessi del singolo sito produttivo.

Esistono attualmente due diversi sistemi di gestione ambientale, entrambi volontari. Il primo in ordine cronologico è stato sviluppato dalla Iso (International organization for standardization) con le norme della serie 14000. A livello comunitario è stato in seguito emanato un regolamento, il 1836/93 sull’Emas[40].

Gli scopi sono quelli di mettere sotto controllo le emissioni inquinanti, anche in situazioni di emergenza; di considerare i possibili miglioramenti di qualità ecologica; di assicurare il massimo coinvolgimento operativo, sia all’interno della struttura amministrativa che all’esterno attraverso compartecipazione con i cittadini[41]; di avviare un processo virtuoso di correzione degli errori. La corretta applicazione di Iso 14001, orientata alla prevenzione dell’inquinamento piuttosto che agli interventi a posteriori, avviene solitamente con il supporto di una società specializzata e infine certificata da un terzo organismo che effettua il controllo finale.

Iso 14001 considera, nel caso di un ente locale, un comune alla stregua di un’azienda industriale. A questo fine, il sistema di gestione ambientale è lo strumento dell’Amministrazione comunale per elaborare, attuare, conseguire, riesaminare e mantenere la politica ambientale. Il sistema comprende: la struttura organizzativa, le attività di pianificazione, le responsabilità dei vari assessorati, le prassi e le procedure, processi e risorse finanziarie e professionali del comune.

Con Emas l’Unione europea ha voluto sancire il passaggio da un’impostazione di tipo command and control a una politica fondata sulla corresponsabilizzazione delle imprese nel miglioramento della qualità dell’ambiente, stimolandole all’adozione di comportamenti ambientalmente sostenibili[42]. In tal senso si collocano accanto al sistema di accordi volontari tra imprese e pubblica amministrazione la fiscalità ambientale e gli incentivi gestionali o finanziari[43]. In Italia il sistema fa capo al Comitato Ecolabel-Ecoaudit, che assegna il marchio ecologico e accredita i verificatori ambientali[44].

  1. I sistemi di gestione integrata di qualità, ambiente e sicurezza

I sistemi di gestione integrata di qualità, ambiente e sicurezza rappresentano una prima significativa risposta al processo di progressiva integrazione degli obiettivi ambientali, economici e sociali nei programmi di intervento pubblico sulle attività di impresa.

Ecco, dunque, un primo elemento da collocare all’origine delle strategie di sviluppo sostenibile, la necessità di far dialogare obiettivi economici, ambientali e sociali per rendere più efficiente e razionale la risposta a pressioni regolative orientate al massimo livello di integrazione tra le politiche.

Vi è poi un secondo elemento che segna il punto di svolta dall’approccio di pura compliance e che si riferisce, in particolare, al mondo delle imprese. La crescita della consapevolezza per le tematiche ambientali e sociali tra i cittadini, unita all’impatto sull’opinione pubblica di alcuni eventi eccezionali che hanno caratterizzato spesso in modo drammatico l’immagine dell’impresa tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ed è evidente il riferimento ai grandi incidenti industriali verificatisi in quegli anni, hanno portato in primo piano nelle strategie di impresa il fattore del consenso delle comunità residenti nei luoghi di localizzazione degli impianti, più in generale delle infrastrutture dedicate ai diversi settori di attività[45]. In altre parole, è diventato evidente che proprio dalle comunità e dai territori, e cioè dagli stakeholders, dipendeva sempre di più la legittimazione a svolgere la propria attività economica, e, quindi, a restare sul mercato[46]. Il consenso diviene a tutti gli effetti un fattore di competitività soprattutto per le imprese che operano con strategie di lungo termine, siano esse dovute a “visioni” lungimiranti o a cicli economici che condizionano lo specifico settore in termini di tempi prevedibili di ritorno degli investimenti.

Il fattore consenso tende a rappresentare una priorità in particolare per le imprese multinazionali, non tanto nelle aree dei Paesi Emergenti quanto nei Paesi dell’area più sviluppata del mondo, in cui si esprime un’opinione pubblica particolarmente esigente in termini di garanzie che queste organizzazioni di impresa sono in grado di offrire nei Paesi meno sviluppati in cui operano.

Se ci si chiede a questo punto perché un’impresa sceglie la strada della sostenibilità come proprio percorso di gestione, la risposta sembra agevole:

  • le strategie di sostenibilità rappresentano una risposta efficiente alle politiche pubbliche integrate di più recente generazione;
  • le strategie di sostenibilità, attraverso il dialogo con gli stakeholders, garantiscono all’impresa il livello di consenso necessario al consolidamento della propria presenza sul territorio.

In ciò consiste la valorizzazione del ruolo sociale dell’impresa connessa con l’adozione di strategie di sostenibilità. Attraverso l’implementazione di queste strategie, l’impresa dà valore alla propria capacità di produrre ricchezza e qualità per la comunità sociale di riferimento, garantendo con ciò la propria permanenza sul mercato nel lungo termine.

Gli indicatori ambientali sono una parte dei cosiddetti indicatori sociali[47] e sono volti a rappresentare fenomeni sia economici, sia sociali sia più strettamente legati all’ambiente. Essi, diversamente dagli altri indicatori, esprimono una duplice funzione: la prima è quella di rappresentare semplicemente le modalità quantitative del fenomeno rappresentato, la seconda va oltre la semplice analisi dei dati in quanto offre l’opportunità di conoscere e valutare altre caratteristiche del fenomeno stesso[48].

Un indicatore ha il suo pieno significato se contestualizzato rispetto al suo territorio e agli altri indicatori che rappresentano il sistema preso in analisi[49]. In sostanza, gli indicatori ambientali di per sé non offrono una conoscenza onnicomprensiva dell’ambiente nei confronti della complessità del territorio[50], ma vanno collegati alle grandezze socio-economiche, esigendo una visione sistemica del fenomeno. Per questo motivo si è sentita la necessità di elaborare degli indicatori di sviluppo sostenibile volti a collegare in senso transdisciplinare e transpaziale gli indicatori ambientali fisici con le grandezze economiche per i diversi livelli di scala di riferimento: essi mostrano (o dovrebbero mostrare) le relazioni tra l’economia e l’ambiente di un ecosistema dato, per verificare la compatibilità e/o sostenibilità dell’uso delle risorse e del capitale naturale.

Esiste, a questo riguardo, il problema della interpretazione soggettiva dei dati. Nel caso in cui i dati fossero tutti standardizzati e fossero prefissati parametri oggettivi di valutazione, lo scienziato, infatti, avrebbe soltanto il compito di indicare se un fenomeno rientra o meno in quel parametro prestabilito e sarebbe agevolato nelle operazioni di confronto di situazioni, di rapporti e di dati. Oggi tutto questo manca, soprattutto in materia di ambiente e di sviluppo sostenibile, in quanto è assente un protocollo standard cui gli indicatori siano rapportabili; l’assenza di una base di dati favorisce la moltiplicazione degli indicatori, alcuni dei quali non sempre hanno validità scientifica e soprattutto non sono suscettibili di applicazione certa e univoca[51]. È  per questo motivo che l’OCSE[52] ha proposto un modello di organizzazione e definizione di un insieme di indicatori ambientali (core set) in grado di descrivere lo stato dell’ambiente. Lo schema utilizza indicatori distinguibili in tre tipologie: pressione, stato e risposta.

Gli indicatori di pressione sono quelli che evidenziano il peso che l’uomo esercita sulle risorse naturali quali aria, acqua e suolo. Risulta chiaro che gli indicatori di pressione sono molteplici, in quanto utilizzano misure diverse a seconda del tipo di sostanza che viene controllata e sono differenti anche a seconda del fenomeno osservato, il che pone serie dubbi sulla confrontabilità dei dati. Gli indicatori di pressione possono essere, così, esemplificati nelle emissioni di CO2 per il cambiamento climatico, nelle emissioni nell’aria di sostanze dannose e nella densità di traffico per la qualità delle aree urbane.

Diversamente, gli indicatori di stato misurano le condizioni in cui versa l’ambiente. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, sono indicatori di stato le maggiori temperature a scala globale e la concentrazione nell’atmosfera dei gas che producono l’effetto serra. Per quanto riguarda la qualità urbana, gli indicatori di stato servono ad evidenziare, per esempio, la quantità di popolazione esposta all’inquinamento dell’aria e al rumore e le condizioni ambientali delle acque in aree urbane.

Gli indicatori di risposta, infine, sono quei segnali di processi reattivi o adattativi da parte dell’ecosistema o da parte di strutture sociali, nel senso di aiuto allo sviluppo da parte della società. Costituisce, ad esempio, un indicatore di risposta al cambiamento climatico la misurazione dell’efficienza e dell’intensità di energia; per la misura della qualità delle aree urbane indicatori di risposta sono la creazione di spazi verdi, l’adozione di strumenti fiscali ed economici per la riduzione dei fattori inquinanti e così via.

L’OCSE ha previsto alcuni indicatori di risposta utili e utilizzabili da parte dell’amministrazione pubblica per misurare l’impatto dei processi correttivi, adatti al fine della salvaguardia delle esigenze economiche e ambientali[53]. Tra questi indicatori di risposta l’OCSE ha previsto proprio le spese per l’ambiente, che sono volte ad individuare la misura della risposta, da parte dell’operatore pubblico, alle pressioni che vengono dalle attività umane economiche e non.

Le spese per l’ambiente, quindi, sono ritenute uno degli strumenti indispensabili per il raggiungimento di obiettivi di sviluppo sostenibile ovvero di una crescita economica, sociale ed ambientale che possa estendersi fino alle generazioni future. Un problema specifico è quello della ripartizione degli oneri di finanziamento delle spese ambientali[54]. Una prima impostazione teorica ritiene che gli oneri di finanziamento delle spese per l’ambiente debbano essere sopportati da ciascun individuo in quota proporzionale al reddito che percepisce mentre una seconda ritiene, più correttamente, che questi oneri debbano essere suddivisi in proporzione al consumo che ciascun individuo fa dell’ambiente.

L’osservanza di questa regola porta al conseguimento di uno dei tre obiettivi fondamentali dello sviluppo sostenibile, l’equità sociale. Tale finalità, peraltro, non è facilmente raggiungibile; i più raffinati strumenti dell’econometria, ancor oggi, non sono in grado di individuare la misura dell’inquinamento arrecato da ciascun individuo.

L’applicazione del principio della proporzionale partecipazione degli operatori economici agli oneri di finanziamento della spesa per l’ambiente modifica le scelte degli operatori stessi e quindi le caratteristiche delle situazioni di ottimo paretiano di ciascuno di essi. L’imposizione di un onere finanziario che varia in funzione dell’utilizzazione delle risorse non rinnovabili o del consumo dell’ambiente, infatti, verrebbe a modificare i termini del calcolo dei vantaggi e degli oneri su cui si basa il conseguimento della condizione di ottimo paretiano da parte degli operatori.

L’economia finanziaria, sotto questo punto di vista, ha conseguito alcuni interessanti risultati: sono state, infatti, elaborate alcune tasse “ecologiche”, in pratica prestazioni fiscali commisurate al consumo dell’ambiente che viene effettuato dall’impresa; per altro verso sono state introdotte da molti Stati agevolazioni fiscali connesse all’impiego, nel processo produttivo, di tecnologie e di materie prime che non alterano l’ecosistema[55]. Per giungere all’elaborazione di questi strumenti, molto si è investito e molto si dovrà ancora investire nell’analisi e nella ricerca sull’ambiente, e quindi è necessario che vengano effettuate consistenti spese in questo settore soprattutto per identificare indicatori capaci di interpretare bene le dinamiche ambientali e per attivare interventi di prevenzione.

Per questo è necessario che vengano formulati indicatori idonei a fornire un controllo e reporting ambientale tali da essere un valido supporto alle scelte e decisioni politiche per una migliore gestione e pianificazione del territorio, nonché a informare gli stessi cittadini sulle reali condizioni della qualità ambientale della loro vita[56].

La scelta degli indicatori, comunque, costituisce il punto di arrivo di un processo evolutivo sia metodologico che di contenuti. Si tratta, infatti, di un’opzione che scaturisce dal grado di approfondimento dell’analisi e soprattutto è condizionata dalla disponibilità di dati e di fonti di informazione[57]. Un ulteriore problema nasce nella definizione delle unità territoriali di riferimento. In realtà ogni indicatore ha una valenza diversa a seconda della scala cui si riferisce.

Alcuni indicatori, peraltro, possono applicarsi a livelli territoriali indifferenziati: per i livelli di inquinamento si può, in via dimostrativa, utilizzare un livello medio uguale per tutti, ma per altre tipologie di indicatori, come ad esempio l’uso delle risorse non rinnovabili, il ricercatore e l’analista si trovano di fronte a strumenti operativi diversi a seconda del livello di scala a cui ci si riferisce.

In una considerazione globale, infatti, il prelievo delle risorse non rinnovabili non risulta eccessivo, ma se si rapporta questo stesso livello ad un territorio più ristretto, quindi a livello locale, in cui le risorse non rinnovabili sono certamente da considerarsi scarse, ci si rende conto che valori quantitativi di prelievo o di rapporti risorse/prelievo non conseguono eguale peso per il livello globale e per quello locale. La scala di riferimento ottimale per la realizzazione di indicatori adeguatamente rappresentativi e per le scelte di sviluppo sostenibile è, in definitiva, quella locale/regionale[58].

A questo livello, infatti, possono essere operative, nel concreto, quelle linee guida formulate solo in forma teorica a livello globale. Possono, poi, a scala regionale essere elaborati ulteriori indicatori che a quella globale non sono misurabili per l’ampiezza dei fenomeni e per l’estensione territoriale[59]. Va anche osservato che, sempre a scala regionale, è possibile aggregare uguali problematiche senza perdere di vista la specificità dei problemi a livello locale. Non da ultimo, la confrontabilità tra vari fenomeni è possibile solo con un’unica unità territoriale di riferimento in modo da ottenere una visione integrata dei fenomeni stessi.

Da un punto di vista operativo, è evidente che esiste una profonda diversità fra gli indicatori di stato, basati su dati ecologici e relativi agli ecosistemi, e quelli di risposta, fondati, questi ultimi, su dati dinamici provenienti da economia, sociologia e demografia[60]. Un indicatore di sviluppo sostenibile, in realtà, deve poter essere la sintesi dei due tipi di indicatori, ma soprattutto deve poter mostrare il concetto di limitatezza delle risorse ambientali nel lungo periodo. Ecco, quindi, che un aspetto fondamentale risulta essere la dimensione spazio-temporale degli indicatori ambientali.

Non a caso, molti di questi indicatori di sviluppo sostenibile mostrano, per descrivere un fenomeno, una serie storica o comunque un’osservazione di lungo periodo entro la quale presentare la memoria dei cambiamenti spaziali e temporali.

Alcuni indici di sviluppo sostenibile, in quanto utilizzati per evidenziare i dati dell’impatto ambientale nel lungo periodo, devono utilizzare unità di misura che cercano di incorporare l’inquinamento e il consumo delle risorse naturali con le contabilità economiche, ovvero una combinazione di aggregati fisici ed economici[61].

La formulazione di tali valori è ancora molto difficile e persistono significative difficoltà proprio nelle procedure utilizzate per dare un valore economico attuale alla quantità di risorsa. Un esempio ci è offerto dall’indice di sostenibilità, “consumo netto di risorsa naturale”, usato per quantificare la perdita irreversibile delle risorse naturali rispetto agli investimenti.


[1] Murolo A., Aspetti economici dello sviluppo sostenibile, Torino, 2007.

[2] Valeri M., I progetti innovativi per la tutela ambientale nelle strategie d’impresa, Roma, 2004.

[3] Bencardino F., Prezioso M., Coesione territoriale e sviluppo sostenibile del territorio europeo: convergenza e competitività: atti del convegno, Milano, 2007.

[4] Murolo A., op. cit.

[5] Belnome B., Strategie di governance per lo sviluppo sostenibile ed il miglioramento della qualità della vita, Palermo 2008.

[6] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[7] Cfr., Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Un futuro sostenibile nelle nostre mani: una guida strategica dell’UE in materia di sviluppo sostenibile, Lussemburgo, 2008; Epasto S., Pianificazione e programmazione dello sviluppo sostenibile nelle politiche ambientali e settoriali dell’Unione Europea, Messina, 2008.

[8]  Amari M., Progettazione culturale. Metodologia e strumenti di cultural planning‎, Milano, 2006, p. 208.

[9] Belnome B., op. cit.

[10] Mattassoglio F., Le funzioni amministrative ambientali tra sviluppo sostenibile e esigenze del mercato, Roma, 2008.

[11] Caroli M.G., Il marketing territoriale. Lineamenti teorici e strumenti d’intervento, Milano, 1999, p. 82.

[12] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[13] Castellett M., D’Acunto M., Marketing territoriale. Strategie e politche per lo sviluppo locale, Milano, 2006, p. 26 ss.

[14] Definizione tratta dal Rapporto Brundtland, Our Common Future, 1987.

[15] Murolo A., op. cit.

[16] van Griethuysen P., Hug A., Projet OGGI Olympic Games Global Impact, 1, Cadre d’analyse pour l’identification de l’impact global des Jeux Olympiques; 2, Fiches techniques, Losanna, AISTS, settembre 2001.

[17] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[18] Wced – World committee for environment and development.

[19] Mattassoglio F., op. cit.

[20] L’art. 3 quater del D.Lgs. n. 152/2006, individua poi una nozione di sviluppo sostenibile tutta italiana sancendo l’assoluta priorità della tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale. Insomma uno sviluppo sostenibile senza sviluppo, o meglio senza contemperazione delle esigenze dello sviluppo, una nozione diversa sia da quella contenuta nel Trattato europeo e definita prima nel V e poi nel VI programma di azione europeo in materia ambientale, sia da quella sancita nella dichiarazione di Rio del 1992.

[21] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[22] Murolo A., op. cit.

[23] Belnome B., op. cit.

[24] Mattassoglio F., op. cit.

[25] Murolo A., op. cit.

[26] Mattassoglio F., op. cit.

[27] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[28] Belnome B., op. cit.

[29] Passet R., L’Economique et le vivant, Petite Bibliothèque, Payot, Paris, 1979.

[30] Musu I., Economia e Ambiente, Bologna, 1993.

[31] Folke C., Linking the natural environment and the economy: essays from the Eco-eco group, Dordrecth, 1991

[32] Daly H.E., Economia Ecologia e Sviluppo sostenibile, in Oikos, n. 4, 1991, p. 35.

[33] Daly H.E., op. cit., p.40

[34] Brusso M., Per una economia ecologica, Roma, 1993.

[35] Holmberg J., Policies for a small planet, London, 1992.

[36] Munda G., Environmental economics, ecological economics and the concept of sustainable development, in Environmental values, 6, 2, 1997, pp. 213 ss.

[37] Belnome B., op. cit.

[38] Mattassoglio F., op. cit.

[39] Il primo caso di comune registrato ai sensi dell’Emas – Environmental management and audit scheme – è stato il Comune di Varese Ligure, ma molte altre amministrazioni locali stanno lavorando per realizzare obiettivi analoghi.

[40] Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Un futuro sostenibile nelle nostre mani: una guida strategica dell’UE in materia di sviluppo sostenibile, Lussemburgo, 2008; Epasto S., op. cit.

[41] Mattassoglio F., op. cit.

[42] Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Un futuro sostenibile nelle nostre mani: una guida strategica dell’UE in materia di sviluppo sostenibile, Lussemburgo, 2008; Epasto S., op. cit.

[43] Mattassoglio F., op. cit.

[44] Sulla base dei criteri stabiliti dalla Commissione europea. Epasto S., op. cit.

[45] Murolo A., op. cit.

[46] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[47] Zerbi, M.C., Gli indicatori ambientali nella ricerca geografica, in G. Corna Pellegrini (a cura di), Aspetti e problemi della geografia, Settimo Milanese, Marzorati, 1987, p. 725.

[48] Schmidt di Friedberg M. (a cura di), Gli indicatori ambientali: valori, metri e strumenti nello studio dell’impatto ambientale, Milano, F. Angeli, 1988.

[49] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[50] Tinacci Mossello M., Dagli indicatori ambientali alle valutazioni di sostenibilità dello sviluppo in Ghelardoni P. (a cura di), Studi in onore di Mario Pinna, II, L’ambiente e le attività dell’uomo, in MSGI, 1994, LV, pp. 593-601.

[51] Istituto per l’Ambiente, Rapporto finale dell’indagine su indicatori socio-ambientali, Rapporto 96/05, Milano, 1996.

[52] OECD, Environmental Indicators, Parigi, 1994.

[53] Mattassoglio F., op. cit.

[54] Bruzzo M., Il conto consolidato della spesa pubblica ambientale a livello regionale: un aggiornamento, in Atti della Seconda Riunione scientifica degli economisti ambientali italiani (Pavia, 22-23 settembre 1994), pp. 15-31.

[55] Bresso M., Per un’economia ecologica, Roma, 1993.

[56] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[57] Moldan  B., Bilbharrz S., Sustainability Indicator. A Report of the Project on Indicators of Sustainable Development, Chichester, Wiley J. & Sons, 1997.

[58] Mura P.M., Per un programma di gestione sostenibile delle regioni italiane, in BSGI, 1996, pp. 165-189.

[59] Bencardino F., Prezioso M., op. cit.

[60] Di Palma M., Falcitelli F., L’ambiente e la crescita economica: esigenza di una base informativa a livello regionale, in Studi e Informazioni IRRES, Perugia, 1995, pp. 20-21.

[61] Murolo A., op. cit.

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