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Abuso di posizione dominante e interoperabilità delle piattaforme digitali: il caso Google–Enel X

Nota a Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza n. 8398 del 2025

1. Premessa

La sentenza del Consiglio di Stato n. 8398/2025 rappresenta un punto di svolta nella regolazione dei mercati digitali, affrontando il tema dell’interoperabilità delle piattaforme digitali e della responsabilità speciale delle imprese dominanti nel garantire condizioni eque di accesso a soggetti terzi.
Il caso nasce dal rifiuto di Google di consentire all’app JuicePass, sviluppata da Enel X Italia, di essere resa compatibile con il sistema Android Auto. Tale condotta è stata qualificata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) come abuso di posizione dominante ai sensi dell’art. 102 TFUE, sanzionato con oltre 102 milioni di euro. Il Consiglio di Stato, dopo il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE, conferma in larga parte l’impianto dell’Autorità, ridefinendo il perimetro applicativo dell’abuso di rifiuto di contrattare nei mercati digitali.


2. I fatti essenziali

Enel X, leader nei servizi di ricarica per veicoli elettrici, aveva sviluppato JuicePass, un’applicazione che consente di localizzare e prenotare colonnine di ricarica, monitorare le sessioni e gestire i pagamenti.
Nel 2018 Enel X chiede a Google di integrare JuicePass su Android Auto, piattaforma che permette l’utilizzo di app sul display dell’auto. Google rifiuta, sostenendo che le app di terzi ammesse fossero solo quelle di media e messaggistica e che l’assenza di un “template” tecnico per le app di ricarica rendesse impossibile l’integrazione.

Dopo varie interlocuzioni infruttuose, Enel X presenta segnalazione all’AGCM, che ravvisa un abuso di posizione dominante: Google avrebbe ostacolato l’accesso di un concorrente a una piattaforma essenziale, favorendo la propria app Google Maps, anch’essa dotata di funzioni di localizzazione delle colonnine elettriche.


3. La decisione dell’AGCM e la conferma del Consiglio di Stato

L’Autorità, con provvedimento n. 29645/2021, accerta che il comportamento di Google integra un abuso escludente, imponendo la cessazione della condotta, l’adozione di misure tecniche per garantire l’accesso e una sanzione pecuniaria.
Il TAR Lazio respinge il ricorso di Google; in appello, il Consiglio di Stato conferma l’impostazione di fondo dell’Autorità, pur riducendo la sanzione, e consolida alcuni principi centrali per il diritto antitrust nei mercati digitali.


4. L’estensione del concetto di indispensabilità e il superamento del paradigma Bronner

La decisione, alla luce delle risposte della Corte di Giustizia (causa C-233/23), ridefinisce la nozione di “indispensabilità” nel contesto digitale.
La Corte ha chiarito che anche l’accesso a una piattaforma non essenziale in senso stretto può essere necessario se tale accesso accresce in modo significativo l’attrattività e la fruibilità del servizio da parte degli utenti.
Si supera così l’approccio rigido di Bronner (C-7/97), dove l’obbligo di accesso riguardava solo infrastrutture essenziali non replicabili: nel contesto digitale, la dipendenza economica e tecnica può derivare dal controllo esclusivo di un ecosistema digitale (come Android Auto), non solo da un’infrastruttura materiale.


5. L’effetto escludente e la concorrenza “potenziale”

Il Consiglio di Stato ritiene dimostrato che la condotta di Google fosse idonea a restringere la concorrenza, anche senza un effetto escludente pienamente realizzato.
La temporanea esclusione di JuicePass da Android Auto, in un momento di rapida espansione del mercato delle auto elettriche, ha ostacolato l’ampliamento della base utenti e la possibilità per Enel X di competere “ad armi pari” con Google Maps.
Il Collegio sottolinea che la concorrenza nel settore digitale è anche potenziale e dinamica: impedire l’accesso a un mercato in espansione può equivalere a escludere un concorrente nel lungo periodo.


6. Il rifiuto di interoperabilità come abuso autonomo

La sentenza conferma che il rifiuto di interoperabilità costituisce una forma autonoma di abuso di posizione dominante, configurabile anche in assenza di un vero e proprio rifiuto di contrattare.
Quando un’impresa dominante controlla una piattaforma che serve da “porta d’ingresso” ai consumatori digitali, essa è gravata da una responsabilità speciale nel garantire condizioni di accesso trasparenti, proporzionate e non discriminatorie.
Il rifiuto di cooperare, anche solo ritardando lo sviluppo di strumenti tecnici (come i “template”), può tradursi in un abuso se produce effetti distorsivi.


7. Le giustificazioni tecniche e il principio di proporzionalità

Google aveva invocato motivi tecnici (sicurezza alla guida, mancanza di standard) per giustificare il ritardo nello sviluppo del template.
Il Consiglio di Stato, in linea con la Corte di Giustizia, ritiene che tali giustificazioni possano essere accettabili solo se comprovate da elementi oggettivi e proporzionate nel tempo.
In mancanza di prove concrete sull’impossibilità tecnica o sulla pericolosità, la condotta rimane abusiva. L’impresa dominante deve piuttosto comunicare tempi certi, prevedere soluzioni transitorie e garantire parità di trattamento.


8. La dimensione economica dell’abuso e la quantificazione della sanzione

Il Collegio riduce la sanzione, richiamando il principio di proporzionalità e la necessità di rapportare l’importo alla gravità, durata ed effetti concreti dell’infrazione. Tuttavia, conferma l’impostazione dell’AGCM: l’abuso non necessita di danno effettivo, essendo sufficiente la potenzialità escludente.


9. Implicazioni sistemiche

La sentenza stabilisce principi destinati a orientare le future politiche antitrust sui mercati digitali:

  • Obbligo di interoperabilità “funzionale”: un’impresa dominante deve consentire l’accesso ai propri ecosistemi quando ciò sia necessario per assicurare parità di condizioni competitive.

  • Estensione della “special responsibility”: l’impresa dominante non può limitarsi a evitare comportamenti anticoncorrenziali, ma deve attivamente favorire l’apertura del proprio sistema.

  • Tutela della concorrenza potenziale: anche il rischio di esclusione futura può integrare abuso.

  • Centralità dell’equità procedurale: le imprese dominanti devono rispondere tempestivamente alle richieste di accesso e giustificare in modo documentato eventuali rifiuti.


10. Conclusioni

La sentenza del Consiglio di Stato n. 8398/2025 rafforza la visione europea di un diritto antitrust “evolutivo”, adattato ai mercati digitali dominati da piattaforme multisided e network effects.
La nozione di abuso viene rimodellata in chiave funzionale: il potere di controllo tecnologico su un ecosistema può equivalere al monopolio di una infrastruttura fisica.
Ne deriva una regola chiara: chi domina l’accesso al mercato digitale domina anche la concorrenza, e deve quindi garantire interoperabilità e trasparenza.

In prospettiva, la pronuncia rappresenta una tappa cruciale per l’attuazione del nuovo quadro normativo europeo (Digital Markets Act e Digital Services Act), ponendo un vincolo giuridico forte a tutela dell’innovazione, della libertà di impresa e della parità concorrenziale.


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